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La lebbra a Roma c’è davvero. Ma non è tornata: cosa sappiamo dei casi importati

A Roma ci sono persone affette da lebbra. È un dato reale, confermato anche dalla documentazione amministrativa del Comune, che riguarda i sussidi destinati ai malati di morbo di Hansen. Ma la notizia va letta con attenzione: in Italia la malattia è rara, non è endemica e i pochissimi casi diagnosticati ogni anno sono generalmente di importazione. Non c’è un focolaio e non c’è un’emergenza sanitaria.

La lebbra è una di quelle malattie che sembrano appartenere a un altro tempo. Il nome evoca colonie, isolamento, deformazioni e persone allontanate dalla società. Eppure il batterio che la provoca non è scomparso. Continua a circolare in diverse parti del mondo e, molto più raramente, può essere diagnosticato anche in Europa.

È quello che sta accadendo anche a Roma.

La documentazione di Roma Capitale relativa alle spese sostenute nel 2025 per i sussidi alle persone affette dal morbo di Hansen ha riportato l’attenzione sulla presenza della malattia nella Capitale. La Regione Lazio ha indicato un importo complessivo di 33.273 euro per questi interventi.

Ma dire che “la lebbra è tornata a Roma” sarebbe un modo fuorviante di raccontare la vicenda.

In Italia circa sette casi l’anno

A chiarire il quadro è Angela Corpolongo, infettivologa dell’Istituto Spallanzani e presidente della Società italiana di medicina tropicale e salute globale.

In Italia, spiega l’esperta, si registrano circa sette casi di lebbra all’anno. E soprattutto: si tratta di casi di importazione. L’ultimo caso autoctono, secondo la specialista, risale al 2003.

La parola importante è proprio “importazione”.

Non significa che la malattia sia stata trasmessa a Roma o che una catena di contagio sia partita dalla Capitale. Significa che l’infezione è stata acquisita in un Paese dove la lebbra continua a essere presente e successivamente diagnosticata o presa in carico in Italia.

C’è poi un’altra precisazione importante: alcuni dei pazienti conteggiati nei dati possono essere persone che hanno già ricevuto il trattamento e che vengono seguite dagli specialisti per gli esiti della malattia. In questi casi, sottolinea Corpolongo, non sono contagiose.

Ma che cos’è davvero la lebbra?

La lebbra, o malattia di Hansen, è un’infezione cronica causata principalmente dal batterio Mycobacterium leprae. Colpisce soprattutto la pelle e i nervi periferici, ma può interessare anche altre parti dell’organismo.

Il suo sviluppo è molto lento. Uno degli aspetti più caratteristici è proprio la lunga incubazione: possono passare anni prima che l’infezione dia segni evidenti.

I primi sintomi possono comprendere macchie sulla pelle che perdono sensibilità, alterazioni della sensibilità al caldo e al freddo, formicolii o perdita di forza. Il problema più serio arriva quando il coinvolgimento dei nervi non viene riconosciuto e trattato: la perdita di sensibilità può rendere il paziente incapace di accorgersi di ferite e traumi, provocando nel tempo danni permanenti.

È anche per questo che la diagnosi precoce è fondamentale.

Non basta stare vicino a una persona malata

È probabilmente il punto più importante per capire perché la presenza di alcuni casi a Roma non equivale a un rischio per la popolazione.

La lebbra non è una malattia altamente contagiosa. La trasmissione è ritenuta legata soprattutto a secrezioni respiratorie e a contatti stretti e prolungati con persone non trattate.

Non basta quindi incontrare casualmente una persona malata, sedersi accanto a lei sull’autobus o condividere per pochi minuti uno spazio pubblico.

Inoltre, una volta iniziata la terapia, la capacità di trasmettere l’infezione si riduce drasticamente.

Quella che per secoli è stata considerata una malattia da isolamento è dunque oggi una patologia che può essere diagnosticata e curata.

Perché allora esiste ancora?

Perché la lebbra non è stata eliminata dal pianeta.

Secondo i dati più recenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2024 sono stati notificati 172.717 nuovi casi in 188 Paesi e territori. Di questi, 9.397 riguardavano bambini. La maggior parte dei Paesi con i tassi più elevati di nuovi casi si trova nelle regioni africane e del Sud-Est asiatico dell’Oms.

Il dato, però, va letto nella sua prospettiva storica.

Nel 2023 i nuovi casi notificati erano stati oltre 182mila: nel 2024 si è quindi registrato un calo del 5,5%. E rispetto all’inizio degli anni Duemila la riduzione è enorme.

La lebbra, insomma, non è scomparsa. Ma è molto meno diffusa di quanto non fosse in passato.

Dove è ancora presente

Oggi il peso maggiore della malattia è concentrato in pochi Paesi.

India, Brasile e Indonesia rappresentano una parte molto consistente dei casi mondiali. È soprattutto in queste aree, insieme ad altre zone dell’Asia sud-orientale e dell’Africa, che la lebbra continua a rappresentare un problema di sanità pubblica.

Questo spiega anche perché possano comparire occasionalmente casi “importati” in Paesi europei nei quali la malattia non è più endemica.

È successo recentemente anche in Romania e Croazia, dove sono stati identificati casi acquisiti all’estero. In Europa la lebbra resta una malattia rara e gli specialisti invitano a evitare allarmismi.

La cura esiste e funziona

La differenza rispetto alla lebbra raccontata nei libri di storia è enorme.

Oggi la malattia è curabile con una combinazione di antibiotici. Il trattamento permette di eliminare l’infezione e interrompere la trasmissione, mentre una diagnosi tempestiva consente di ridurre il rischio di danni neurologici permanenti.

Il vero problema, nei Paesi dove la lebbra è ancora presente, non è quindi soltanto il batterio. È arrivare alla diagnosi in tempo.

Quando la malattia viene riconosciuta tardi, infatti, alcune conseguenze sui nervi possono diventare irreversibili.

Il problema che non si vede: lo stigma

C’è poi un’altra ragione per cui parlare di lebbra richiede cautela.

La malattia porta con sé uno stigma antico, costruito nei secoli intorno all’idea del contagio inevitabile e dell’emarginazione. Ma quella rappresentazione non descrive la medicina del XXI secolo.

In Italia siamo davanti a una malattia rara, con pochi casi ogni anno, principalmente importati. E alcuni dei pazienti seguiti nei centri specialistici non sono più contagiosi perché hanno già ricevuto il trattamento.

La presenza di casi a Roma è quindi un dato sanitario da conoscere, non un motivo per immaginare una nuova epidemia.

La vera notizia, semmai, è un’altra: una malattia che in Italia sembrava appartenere al passato continua a comparire, ma in una forma completamente diversa da quella che l’immaginario collettivo associa alla parola “lebbra”.

E per capire cosa sta succedendo non serve l’allarme. Servono numeri, diagnosi e informazioni corrette.

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