I dati satellitari hanno permesso di individuare 29 edifici e infrastrutture con funzioni di protezione civile interessati da movimenti continui del suolo. La ricerca della Regione Umbria sarà presentata in anteprima al Congresso nazionale congiunto SGI-SIMP, a Padova dal 15 al 17 settembre
Guardare il territorio dallo spazio per capire dove il terreno si sta muovendo, anche quando a occhio nudo non si vede ancora nulla. È una delle nuove frontiere della prevenzione del dissesto idrogeologico e in Umbria ha già prodotto un risultato concreto: 29 edifici e infrastrutture con funzioni di protezione civile sono stati individuati come interessati da movimenti continui del suolo grazie all’analisi dei dati satellitari.
Non si tratta necessariamente di strutture prossime al crollo. Il valore della tecnologia sta proprio nella possibilità di intercettare movimenti lenti e persistenti, potenziali segnali di fenomeni di instabilità del terreno, cedimenti o evoluzione di una frana, e trasformarli in informazioni utili per il monitoraggio e la prevenzione.
I risultati dello studio saranno presentati per la prima volta al Congresso nazionale congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia, in programma a Padova dal 15 al 17 settembre.
Dai satelliti un nuovo strumento per la prevenzione
«Grazie all’uso dei satelliti, siamo riusciti in Umbria ad individuare ben 29 edifici aventi funzione di protezione civile che erano interessati da movimenti continui del suolo e in questo modo abbiamo potuto prevenire eventuali crolli e frane», spiega Andrea Motti, responsabile della Sezione Pericolosità Geologica e Sismica della Regione Umbria.
Il lavoro utilizza i dati provenienti dai programmi europei EGMS e IRIDE, nell’ambito dello studio IRIDE / EGMS satellite data for ground deformation monitoring: Case studies and potential uses.
La possibilità di osservare nel tempo le deformazioni del terreno consente di costruire una sorta di sistema di sorveglianza permanente del territorio. Un edificio, una strada o un versante possono infatti subire spostamenti minimi per mesi o anni prima che si manifesti un fenomeno più evidente.
L’obiettivo non è prevedere con certezza il momento in cui avverrà una frana, ma individuare anomalie e segnali di movimento che meritano ulteriori verifiche, indirizzando così il monitoraggio sul territorio.
6.634 edifici sotto osservazione
Nel caso dell’Umbria, la metodologia è stata applicata a 6.634 edifici e infrastrutture con funzione di protezione civile.
L’analisi satellitare ha consentito di individuare, all’interno di questo insieme, 29 strutture interessate da movimenti continui del suolo.
Il dato acquista ulteriore interesse se si considera la possibilità di estendere la metodologia a territori molto più vasti. La ricerca ha infatti analizzato anche il caso di Perugia, dove l’applicazione della metodologia a un insieme di circa 60.446 edifici ha permesso di individuare quelli interessati da movimenti continui del terreno.
È la logica che sta cambiando il modo di affrontare il rischio geologico: non aspettare che una frana, un cedimento o un dissesto diventino visibili per intervenire, ma utilizzare una rete di osservazione capace di segnalare preventivamente dove concentrare l’attenzione.
Cosa possono vedere i satelliti
Il principio è relativamente semplice. I satelliti acquisiscono periodicamente immagini radar della superficie terrestre. Attraverso tecniche di interferometria radar è possibile confrontare le diverse acquisizioni e misurare anche spostamenti molto piccoli della superficie.
Il vantaggio è enorme soprattutto in territori complessi e difficili da controllare capillarmente.
La sorveglianza satellitare può infatti coprire contemporaneamente vaste aree e produrre serie temporali, consentendo di distinguere un movimento occasionale da una deformazione che prosegue nel tempo.
Per la protezione civile e la pianificazione territoriale questo significa avere un ulteriore livello di informazione da incrociare con sopralluoghi, cartografia geologica, dati pluviometrici, informazioni sui terremoti e altri sistemi di monitoraggio.
Non solo frane: la sicurezza si costruisce prima dell’emergenza
Il punto centrale della ricerca è proprio questo: la prevenzione comincia prima dell’emergenza.
Quando si parla di frane, terremoti e dissesto idrogeologico, l’attenzione tende infatti a concentrarsi sull’evento finale: il versante che cede, la strada interrotta, l’edificio danneggiato.
Ma dietro ogni intervento efficace di protezione civile c’è una fase precedente fatta di raccolta dati, monitoraggio e valutazione del rischio.
«Quando si parla di frane, terremoti e dissesto del territorio, si pensa spesso solo alle emergenze. In realtà, la sicurezza delle persone si costruisce molto prima, grazie a un lavoro continuo di ricerca, monitoraggio e innovazione scientifica», sottolinea Motti.
Le informazioni ottenute dallo spazio possono quindi diventare uno strumento operativo per individuare le aree sulle quali concentrare controlli e approfondimenti.
La ricerca arriva al congresso delle Geoscienze
Il lavoro della Regione Umbria sarà presentato nell’ambito del Congresso nazionale congiunto SGI-SIMP 2026, che riunirà a Padova, dal 15 al 17 settembre, oltre 1.000 ricercatori, con più di 700 ricerche, 40 sessioni e 44 conferenze, comprese quattro conferenze plenarie.
Tra i protagonisti delle plenarie figurano Haakon Fossen dell’University of Bergen, Max W. Schmidt dell’ETH Zürich, Telmo Pievani dell’Università di Padova e Massimo Lombardini dell’ISPI.
Il tema scelto per il congresso è “Ter(r)ra: Risorse, Rischi, Rispetto”, una sintesi che mette insieme le diverse dimensioni delle geoscienze: dalla conoscenza delle risorse naturali alla gestione dei rischi, fino alla necessità di utilizzare il territorio in modo più consapevole.
Dallo spazio alla sicurezza dei cittadini
Il caso umbro mostra come la ricerca geologica stia diventando sempre più intrecciata con le tecnologie di osservazione della Terra.
«Le ricerche che presenteremo al Congresso SGI-SIMP 2026 dalla Sezione Pericolosità Geologica e Sismica rappresentano un esempio concreto di come le geoscienze possano trasformarsi in strumenti operativi per la protezione civile, la pianificazione territoriale e la tutela del patrimonio storico e culturale», conclude Motti.
Il passaggio più importante, dunque, non è soltanto tecnologico. È culturale: passare da una gestione del rischio basata sull’emergenza a una prevenzione costruita sull’osservazione continua del territorio.
E in questo nuovo modello anche i satelliti possono diventare sentinelle del territorio: osservano dall’alto movimenti che sulla superficie possono essere ancora invisibili e permettono di capire dove guardare prima che sia troppo tardi.
