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Il Regno Unito torna a trivellare il Mare del Nord. Perché Londra vuole ancora il gas. Cos’è il progetto Jackdaw

Mentre l’Europa accelera sulla transizione energetica, il governo britannico si prepara ad autorizzare un nuovo grande giacimento di gas. Una scelta che riapre una domanda anche per l’Italia: quanto può durare la dipendenza dal gas nell’era della decarbonizzazione?

C’è un luogo dove la transizione energetica europea si trova davanti a una delle sue contraddizioni più evidenti: il Mare del Nord.

Il governo britannico si prepara infatti a dare il via libera al giacimento di gas Jackdaw, al largo della Scozia, in un progetto che potrebbe essere formalmente approvato già nelle prossime settimane. La ministra dell’Energia Miatta Fahnbulleh dovrebbe presentare la propria raccomandazione già nei prossimi giorni, mentre la decisione definitiva potrebbe arrivare entro settembre.

La notizia interessa il Regno Unito, ma racconta qualcosa di più grande: il dilemma che accomuna molti Paesi europei, Italia compresa. Da una parte la necessità di ridurre rapidamente l’utilizzo dei combustibili fossili; dall’altra la consapevolezza che gas e petrolio continuano a sostenere una parte significativa del sistema energetico.

Che cos’è Jackdaw

Jackdaw è un progetto di estrazione di gas naturale situato nel Mare del Nord, al largo della costa nord-orientale della Scozia, in un’area a circa 150 miglia da Aberdeen.

Il progetto non nasce oggi. Il suo iter autorizzativo va avanti da anni ed è stato rallentato anche da una serie di battaglie giudiziarie legate alle emissioni climalteranti associate all’utilizzo finale del gas estratto.

Il governo britannico ha aggiornato ancora il dossier ambientale nei mesi scorsi. La documentazione ufficiale mostra che il progetto è tuttora sottoposto a revisione e che nel 2026 sono state richieste e presentate ulteriori informazioni.

La partita, quindi, non riguarda semplicemente la decisione di “cercare altro gas”. Riguarda la possibilità di sviluppare un progetto fossile già autorizzato sul piano della licenza, ma che deve superare nuovamente gli ultimi passaggi ambientali.

Perché Londra vuole ancora il gas

La risposta è soprattutto energetica.

Il Regno Unito sta cercando di ridurre la propria dipendenza dalle importazioni e considera il Mare del Nord una risorsa strategica. Il governo sostiene che petrolio e gas continueranno ad avere un ruolo nel sistema energetico britannico ancora per diversi decenni, mentre procede parallelamente lo sviluppo delle fonti rinnovabili.

È una posizione che potrebbe sembrare contraddittoria, ma fotografa un problema concreto: la transizione energetica non significa che il gas possa scomparire dall’oggi al domani.

Nel 2025 il gas rappresentava ancora una quota importante della domanda energetica britannica. E in un mercato europeo caratterizzato da tensioni geopolitiche e preoccupazioni sulla disponibilità delle forniture, la produzione domestica viene considerata da Londra anche uno strumento di sicurezza energetica.

Il ragionamento è dunque: continuare a produrre gas nel Mare del Nord durante la fase di transizione, anziché affidarsi completamente alle importazioni.

Il problema: il gas non è più soltanto una questione energetica

Ed è qui che Jackdaw diventa interessante anche per chi vive in Italia.

Per anni il gas naturale è stato raccontato come il combustibile fossile “di transizione”: meno emissivo del carbone e utilizzabile come fonte flessibile mentre crescono solare ed eolico.

Ma oggi il problema è più complesso.

Il gas naturale rimane infatti un combustibile fossile e il suo utilizzo produce emissioni di CO₂. Inoltre, lungo la filiera esiste il problema delle emissioni di metano, un gas serra particolarmente potente.

Per questo la domanda non è soltanto quanto gas serva, ma quanto sia compatibile investire oggi in nuove infrastrutture fossili con gli obiettivi climatici che i governi si sono dati per i prossimi decenni.

È esattamente il punto sul quale si concentra la contestazione degli ambientalisti britannici.

Jackdaw e Rosebank: la doppia partita del Mare del Nord

Il caso Jackdaw è legato a un’altra decisione molto più grande: quella sul giacimento petrolifero Rosebank.

I due progetti sono diventati simboli della politica energetica britannica. Jackdaw riguarda principalmente il gas; Rosebank, invece, è uno dei più grandi giacimenti petroliferi non ancora sviluppati nelle acque britanniche.

Secondo le informazioni riportate dal Guardian, i due progetti potrebbero arrivare complessivamente a rappresentare circa il 10% della produzione britannica di petrolio e gas al loro picco.

La decisione su Rosebank dovrebbe arrivare più avanti nel corso dell’anno. Il giacimento è stimato contenere fino a 500 milioni di barili di petrolio o equivalente ed è valutato circa 8,7 miliardi di sterline.

Per il governo britannico la questione è quindi anche industriale: mantenere attività, investimenti e occupazione nelle aree del Mare del Nord mentre il Paese procede verso le rinnovabili.

La battaglia legale sulle emissioni

Jackdaw e Rosebank hanno però incontrato un ostacolo importante nelle aule dei tribunali.

Le precedenti autorizzazioni ambientali sono state cancellate dopo una sentenza che ha imposto di considerare non soltanto le emissioni generate durante l’estrazione e la produzione, ma anche quelle derivanti dall’utilizzo finale del petrolio e del gas estratti.

Le società coinvolte hanno quindi dovuto presentare nuove valutazioni ambientali.

È un passaggio fondamentale perché cambia il modo in cui valutare un nuovo progetto fossile.

Non basta più chiedersi quanta CO₂ produce una piattaforma mentre estrae il combustibile. Bisogna considerare anche cosa succede quando quel combustibile viene bruciato.

Il paradosso che riguarda anche l’Italia

La vicenda britannica sembra lontana, ma la domanda è familiare anche in Italia.

Il nostro Paese continua ad avere una forte dipendenza dal gas naturale per la produzione elettrica, per il riscaldamento e per una parte rilevante dei consumi industriali.

E proprio per questo il dibattito sull’energia si trova spesso davanti allo stesso dilemma: accelerare sulle rinnovabili e sull’efficienza, oppure mantenere una quota significativa di infrastrutture e forniture fossili per garantire sicurezza e stabilità al sistema.

La storia di Jackdaw mostra che il problema non riguarda soltanto la scelta tra “gas sì” e “gas no”.

La vera questione è per quanto tempo ancora l’Europa avrà bisogno del gas e quanto sia conveniente investire oggi in nuovi progetti destinati, almeno sulla carta, a operare mentre il continente dovrebbe progressivamente ridurre le emissioni.

Il punto non è soltanto quanto gas produrrà Jackdaw

Ed è forse questo l’aspetto più interessante della vicenda.

Jackdaw non rappresenta una rivoluzione nel mercato energetico mondiale. Il suo significato è soprattutto politico.

Londra sta cercando di tenere insieme due obiettivi apparentemente difficili da conciliare: da una parte la sicurezza energetica e la tutela dell’industria del Mare del Nord, dall’altra la promessa di una progressiva transizione verso un sistema energetico più pulito.

Il governo sostiene che petrolio e gas continueranno ad avere un ruolo nel sistema energetico britannico mentre il Paese passa alle fonti pulite.

Gli ambientalisti rispondono che ogni nuovo investimento fossile rischia invece di prolungare la dipendenza dai combustibili che hanno alimentato la crisi climatica.

Nel mezzo c’è una domanda che non riguarda soltanto Londra: come si costruisce una transizione energetica quando il vecchio sistema non può essere spento prima che il nuovo sia davvero pronto?

È questo, più ancora del singolo giacimento Jackdaw, il vero dilemma che il Mare del Nord sta consegnando all’Europa.

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