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Dengue, la zanzara tigre accende il rischio in Italia: 227 casi e 3 contagi autoctoni. «Il caldo non aiuta»

Nuovo caso a Firenze, disinfestazione a Coverciano e primo contagio autoctono segnalato in Toscana. L’Ordine dei medici invita alla calma: «Attenzione ai sintomi e ai viaggi nelle aree a rischio»

La Dengue non è più soltanto una malattia tropicale da associare a un viaggio ai Caraibi, nel Sud-Est asiatico o in America Latina. In Italia continua a essere soprattutto un’infezione importata, ma nel 2026 sono già stati identificati anche casi di trasmissione locale.

L’ultimo aggiornamento della sorveglianza nazionale coordinata dall’Istituto superiore di sanità conta 227 casi confermati di Dengue dall’inizio dell’anno, dei quali 3 autoctoni. È proprio quest’ultimo dato a rendere particolarmente interessante la situazione: tra i casi di trasmissione locale è stato infatti identificato anche un contagio in Toscana.

La notizia arriva mentre a Firenze viene segnalato un nuovo caso nella zona di Coverciano, con conseguente intervento di disinfestazione. È il terzo caso registrato in città nell’arco di circa un mese, secondo quanto riferito dall’Ordine dei Medici di Firenze.

Il messaggio dei medici è però netto: nessun allarme generalizzato, ma attenzione ai sintomi e soprattutto alla storia dei viaggi.

227 casi in Italia, ma solo 3 autoctoni

Il numero complessivo può impressionare, ma va interpretato.

La grandissima maggioranza dei 227 casi italiani è infatti legata a viaggi in Paesi nei quali il virus circola abitualmente. I tre casi autoctoni rappresentano invece infezioni contratte direttamente in Italia, senza un’esposizione documentata all’estero.

È una distinzione fondamentale.

Un caso importato significa che una persona arriva in Italia dopo avere contratto il virus altrove. Un caso autoctono indica invece che la trasmissione è avvenuta sul territorio nazionale.

Il passaggio da un caso all’altro è possibile grazie alla presenza di una zanzara competente per la trasmissione del virus, in particolare Aedes aegypti o Aedes albopictus, la cosiddetta zanzara tigre, molto diffusa in Italia.

L’ISS considera proprio le arbovirosi un gruppo di infezioni da monitorare attentamente perché possono essere sia importate sia autoctone.

Cosa sta succedendo in Toscana

In Toscana il dato più recente ha acceso l’attenzione sanitaria.

Il nuovo caso fiorentino riguarda una persona che, secondo quanto riferito dall’Ordine dei Medici di Firenze, aveva soggiornato in precedenza in un’area tropicale. Non si tratta quindi, per questo episodio, della prova di una trasmissione locale.

Ma contemporaneamente l’aggiornamento nazionale dell’ISS identifica un caso autoctono in Toscana.

Sono due informazioni che non devono essere confuse.

La presenza di più casi importati in una stessa area non significa automaticamente che sia in corso un focolaio autoctono. Perché il virus possa passare localmente da una persona all’altra è necessario che intervenga il vettore.

È proprio per questo che, quando viene individuato un caso, le autorità sanitarie intervengono rapidamente sulla popolazione di zanzare nella zona interessata.

Perché parte la disinfestazione

La disinfestazione può sembrare una risposta sproporzionata davanti a una singola persona infetta. In realtà è una misura preventiva molto precisa.

Immaginiamo una persona che abbia contratto la Dengue durante un viaggio. Nei giorni in cui il virus circola nel sangue, una zanzara tigre può pungerla, acquisire il virus e successivamente trasmetterlo attraverso una nuova puntura.

Se nell’area sono presenti molte zanzare competenti, aumenta la possibilità che il ciclo si inneschi.

Ridurre rapidamente il numero di zanzare significa quindi ridurre la probabilità che un caso importato generi una trasmissione locale.

È questo, spiegano i medici fiorentini, l’obiettivo della disinfestazione attivata a Coverciano.

L’Ordine dei Medici invita inoltre i cittadini a collaborare con gli operatori e a seguire le indicazioni delle autorità sanitarie.

La zanzara tigre è il pezzo mancante

Per capire il rischio bisogna quindi dimenticare per un momento l’immagine della Dengue come malattia esclusivamente tropicale.

Il virus può arrivare in Italia con una persona infetta. Quello che determina la possibilità di una trasmissione locale è però la presenza del vettore.

La Aedes albopictus, arrivata in Italia diversi decenni fa e ormai stabilmente presente in gran parte del territorio nazionale, può trasmettere il virus.

La zanzara non “crea” la Dengue: deve prima acquisire il virus pungendo una persona infetta.

È per questo che la catena può essere descritta così:

viaggio → persona infetta → zanzara → nuova puntura → possibile caso autoctono.

Ed è proprio la rottura di questa catena che rappresenta l’obiettivo della sorveglianza epidemiologica e degli interventi di disinfestazione.

E il caldo cosa c’entra?

Il caldo non provoca direttamente la Dengue.

Può però modificare le condizioni ambientali nelle quali vivono e si riproducono le zanzare e influenzare la dinamica della trasmissione.

Temperature più elevate possono favorire, entro determinati limiti, lo sviluppo e l’attività dei vettori e possono influenzare anche la velocità con cui il virus si replica all’interno della zanzara.

Questo non significa che ogni estate calda debba produrre un’epidemia di Dengue.

La trasmissione dipende dall’incrocio di diversi fattori: presenza del virus, densità e distribuzione delle zanzare, temperature, piogge, mobilità delle persone e durata della stagione favorevole ai vettori.

Ma in un Paese nel quale la zanzara tigre è ormai ampiamente diffusa, condizioni climatiche favorevoli possono ampliare la finestra temporale nella quale una trasmissione locale diventa possibile.

Dove la Dengue è davvero “forte”

La Dengue rimane soprattutto una malattia delle aree tropicali e subtropicali.

Il virus circola stabilmente in gran parte dell’America Latina e dei Caraibi, in diverse zone dell’Asia meridionale e sud-orientale, nel Pacifico e in alcune aree dell’Africa.

È in queste regioni che ogni anno si concentra la maggior parte dei casi.

L’Italia è invece in una situazione completamente diversa: la maggioranza dei contagi è legata a persone che hanno viaggiato in Paesi endemici.

Il problema europeo è però cambiato negli ultimi anni perché alcuni vettori, come Aedes albopictus, hanno ampliato la propria presenza geografica.

Questo significa che un virus importato può trovare un vettore già presente sul territorio.

Come si riconosce la Dengue

La Dengue può essere completamente asintomatica oppure manifestarsi con un quadro febbrile.

I sintomi più comuni comprendono:

  • febbre improvvisa;
  • forte mal di testa;
  • dolore dietro gli occhi;
  • dolori muscolari e articolari;
  • nausea e vomito;
  • stanchezza;
  • eruzione cutanea.

Il problema è che questi sintomi non sono specifici.

Una febbre accompagnata da mal di testa e dolori muscolari può essere provocata da numerose altre infezioni. Per questo, secondo l’Ordine dei Medici di Firenze, sapere che una persona è appena tornata da un’area dove la Dengue circola può essere decisivo per orientare il medico verso gli accertamenti appropriati.

La raccomandazione è quindi semplice: se dopo un viaggio in una zona a rischio compare febbre, bisogna informare il medico della destinazione e del periodo del soggiorno.

Quando la Dengue diventa pericolosa

Nella maggior parte dei casi la malattia si risolve senza complicazioni, ma una piccola parte dei pazienti può sviluppare una Dengue grave.

Il momento più delicato può arrivare proprio quando la febbre comincia a scendere, generalmente tra il terzo e il settimo giorno dall’inizio della malattia.

È in questa fase che possono comparire i cosiddetti segnali d’allarme.

Tra questi ci sono dolore addominale intenso, vomito persistente, sanguinamenti, forte debolezza o irrequietezza, difficoltà respiratoria e altri segni di peggioramento.

Le forme severe possono provocare perdita di plasma, shock, sanguinamenti importanti e danni agli organi.

Per questo una febbre dopo un soggiorno in un Paese dove circola la Dengue non va automaticamente attribuita a una semplice influenza o a un’infezione stagionale.

Cosa fare durante un viaggio

La prima difesa contro la Dengue è evitare la puntura.

Durante i soggiorni nelle aree dove il virus è endemico è consigliabile utilizzare repellenti, indossare abiti che coprano il più possibile la pelle e proteggere gli ambienti con zanzariere o sistemi analoghi.

Un dettaglio importante: la zanzara Aedes può pungere anche durante il giorno. La protezione, quindi, non deve essere limitata alle ore serali.

Al rientro, invece, è importante prestare attenzione alla comparsa di febbre e comunicare al medico eventuali viaggi recenti.

Dengue e West Nile: l’estate delle arbovirosi

La Dengue non è l’unica arbovirosi sotto osservazione in Italia.

Lo stesso aggiornamento dell’ISS fotografa una situazione molto più ampia sul fronte del West Nile virus, con 521 casi confermati nell’uomo dall’inizio del 2026 e 26 decessi. La circolazione del virus è stata rilevata in numerose province italiane.

Dengue e West Nile non sono la stessa malattia e non vengono trasmessi necessariamente dagli stessi vettori, ma condividono un elemento fondamentale: la trasmissione attraverso zanzare.

Per questo la sorveglianza integrata delle arbovirosi è diventata una componente sempre più importante della sanità pubblica italiana.

Nessun allarme, ma un campanello d’allarme

Il dato più importante, quindi, non è che l’Italia sia diventata improvvisamente un Paese tropicale.

Non lo è.

La maggior parte dei casi di Dengue continua a essere importata e i casi autoctoni rimangono numericamente limitati.

Ma quei tre casi dimostrano che la possibilità di una trasmissione locale esiste.

Il nuovo caso segnalato a Firenze, l’intervento di disinfestazione a Coverciano e il caso autoctono registrato in Toscana raccontano proprio questo cambiamento: virus e vettori possono incontrarsi anche in Italia.

Per l’Ordine dei Medici di Firenze la risposta corretta è quindi quella della prevenzione, non della paura: «attenzione, ma non preoccupazione».

Conoscere i sintomi, riferire al medico eventuali viaggi nelle aree a rischio, evitare le punture e collaborare con gli interventi di disinfestazione sono comportamenti semplici.

E possono fare la differenza tra un caso isolato e l’inizio di una catena di trasmissione.

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