Un vaccino antinfluenzale che protegga per anni, non per una sola stagione, e che non richieda più la corsa annuale a indovinare quali ceppi domineranno l’inverno: è l’obiettivo che insegue la ricerca sull’influenza da decenni, senza mai centrarlo davvero. Un team dell’University of Michigan Engineering ha ora presentato un approccio che potrebbe avvicinare a questo traguardo con un metodo di produzione che, oltre a puntare a una protezione più ampia, promette di rendere il processo produttivo radicalmente più veloce ed economico.
I risultati, presentati il 24 agosto 2026 al meeting autunnale dell’American Chemical Society a Chicago, riguardano per ora solo modelli murini. Ma vale la pena capire perché gli esperti del settore ne parlano con un entusiasmo insolito.
Il problema di partenza: un metodo vecchio di 80 anni
Oggi la stragrande maggioranza dei vaccini antinfluenzali nel mondo si produce ancora con un processo che risale a circa 80 anni fa: l’incubazione in uova di gallina. È un metodo lento – richiede mesi – e poco flessibile di fronte a ceppi virali che mutano rapidamente. Un altro dato aiuta a capire quanto margine di miglioramento ci sia: i vaccini stagionali attuali, pur combinando tre o quattro ceppi diversi per aumentare la copertura, hanno un’efficacia che oscilla tra il 30 e il 60% — non esattamente uno scudo perfetto.
Il problema di fondo è che i vaccini tradizionali puntano sull’emoagglutinina (HA), una proteina di superficie del virus che genera una forte risposta immunitaria – motivo per cui viene scelta come bersaglio – ma che muta molto rapidamente. Da qui la necessità di riprogettare il vaccino, e ripetere l’iniezione, ogni anno.
Il cambio di bersaglio: puntare su una proteina che (quasi) non cambia mai
La squadra guidata da Fei Wen, professoressa di ingegneria chimica, e dalla dottoranda Trang Hoang ha scelto una strada diversa: invece dell’HA, puntare sulla proteina M2, essenziale per la replicazione del virus ma molto più stabile nel tempo. Secondo i ricercatori, la M2 è rimasta relativamente conservata fin dalla pandemia influenzale del 1918, con un’elevata somiglianza di sequenza tra i ceppi che colpiscono uomini, suini e uccelli.
Va detto per completezza che l’idea di puntare sulla M2 non è nuova: i ricercatori la studiano da oltre 25 anni, inclusi alcuni studi clinici preliminari nel passato. La vera difficoltà, finora, è che la M2 genera una risposta immunitaria più debole rispetto all’HA: motivo per cui la maggior parte dei vaccini l’ha finora scartata come bersaglio principale. È proprio su questo ostacolo che si concentra la novità del lavoro di Michigan.
La novità: fabbriche di lievito che imitano il virus
Per aggirare il problema della risposta immunitaria debole, il team ha ingegnerizzato il lievito di birra comune (Saccharomyces cerevisiae) trasformandolo in una vera e propria fabbrica di particelle simil-virali (VLP) ricoperte da grandi quantità di proteina M2. Queste particelle imitano dimensione, forma e comportamento del virus dell’influenza, ma, punto cruciale, non contengono il materiale genetico che causa l’infezione, quindi non possono generare malattia.
Il procedimento, in sintesi: il lievito viene modificato geneticamente per produrre la proteina M2, incubato in un liquido ricco di nutrienti, poi trattato con reagenti blandi per rimuovere la sua parete cellulare rigida: un passaggio necessario per permettere alle VLP di “gemmare” dalla membrana della cellula. Le particelle vengono infine separate e purificate tramite centrifugazione. Un ulteriore vantaggio di questo approccio: il team è passato dal concept al candidato vaccinale in circa un mese, una velocità difficilmente raggiungibile con la produzione tradizionale su uova.
I risultati sui topi
Il test è stato condotto su 18 topi vaccinati con le particelle purificate. Il sangue prelevato dagli animali conteneva anticorpi contro la proteina M2 di 5 diversi ceppi influenzali. Esposti successivamente a 3 di questi ceppi, i topi vaccinati hanno mostrato una protezione del 100% dall’infezione.
Cosa NON sappiamo ancora (ed è importante dirlo)
Qui serve la massima cautela editoriale: si tratta di risultati preliminari su topi, presentati a un meeting scientifico e non ancora pubblicati come studio peer-reviewed su rivista. La strada verso i test sull’uomo è ancora lunga. Gli stessi ricercatori indicano come prossimo passo lo studio della durata dell’immunità indotta nei topi: un dato che ancora non c’è, e che sarà decisivo per capire se si parla davvero di protezione pluriennale o “per tutta la vita”, come ipotizzato (con cautela) dalla stessa Wen, oppure di un intervallo più simile a un paio d’anni con richiami periodici.
Perché interessa anche fuori dal laboratorio
Un aspetto che va oltre la sola influenza stagionale: poiché la proteina M2 è conservata anche tra i ceppi di origine aviaria – incluso il temuto H5N1 – un vaccino di questo tipo potrebbe, in teoria, offrire una protezione di base anche verso potenziali ceppi a rischio pandemico, oltre che verso l’influenza stagionale comune. È un’ipotesi che allo stato attuale della ricerca resta tale, ma spiega perché il tema interessi anche chi si occupa di biosicurezza globale, non solo di virologia.
Il team ha già concesso in licenza la tecnologia a un’azienda che sviluppa sistemi vaccinali a base di lievito per somministrazione orale — un’indicazione che, al di là dei tempi lunghi tipici della ricerca medica, dietro questo lavoro c’è già un interesse concreto per lo sviluppo applicativo.
💡 Lo sapevi?
I vaccini antinfluenzali attuali, anche quelli “quadrivalenti” che combinano quattro ceppi diversi, hanno un’efficacia media che oscilla tra il 30 e il 60% a seconda della stagione — molto più bassa rispetto, ad esempio, ai vaccini contro morbillo o varicella. Il motivo è proprio la rapida mutazione della proteina bersaglio (HA) usata nella maggior parte delle formulazioni attuali.
