La Carovana dei ghiacciai di Legambiente torna sulle Alpi Giulie dopo quattro anni e trova un paesaggio profondamente cambiato. Poca neve, temperature elevate e una grande cavità nella parte alta del ghiacciaio, in parte crollata proprio mentre gli esperti la osservavano. La vegetazione conquista gli spazi lasciati dal ghiaccio
Anche il ghiacciaio considerato tra i più resilienti dell’arco alpino comincia a mostrare i segni della crisi climatica. È il ghiacciaio occidentale del Montasio, nel cuore delle Alpi Giulie, l’unico ghiacciaio del Friuli Venezia Giulia e uno dei più bassi dell’intero arco alpino, situato a una quota media di circa 1.900 metri.
A fotografarne lo stato di salute è stata la Carovana dei ghiacciai 2026 di Legambiente, che dal 27 al 29 agosto ha fatto tappa in Friuli Venezia Giulia insieme agli esperti dell’Università di Udine e al Corpo Forestale del Friuli Venezia Giulia.
Il quadro emerso è quello di un ghiacciaio profondamente trasformato rispetto a quattro anni fa. E nel 2026, secondo gli esperti, anche la sua capacità di resistere alla fusione sta mostrando segnali di cedimento.
Il problema parte dalla neve
Il Montasio presenta caratteristiche che, almeno sulla carta, dovrebbero proteggerlo maggiormente rispetto ad altri ghiacciai alpini.
È esposto a nord, è riparato dalle pareti dello Jôf di Montasio e la particolare conformazione del massiccio favorisce l’accumulo di neve attraverso le valanghe. A proteggerlo contribuisce inoltre la copertura detritica, che limita l’esposizione diretta del ghiaccio alla radiazione solare.
Nonostante queste condizioni favorevoli, il bilancio invernale 2025-2026 evidenzia una situazione preoccupante.
A maggio, gli esperti dell’Università di Udine hanno misurato sul ghiacciaio fino a un massimo di 20 metri di neve, contro i 30-40 metri delle annate migliori.
La quantità di neve misurata quest’anno si colloca a metà strada tra quelle osservate nel 2022 e nel 2023, due annate particolarmente negative per i ghiacciai dell’intero arco alpino.
Alla scarsità di neve si è poi aggiunto il caldo anomalo dei mesi estivi.
“Non c’è quasi più traccia di neve”
Le temperature registrate in quota hanno contribuito ad accelerare la fusione. Durante la giornata osservata dalla Carovana, la temperatura minima è stata di 14 °C, mentre la massima ha raggiunto 22 °C.
Numeri che assumono un significato particolare considerando la quota alla quale si trova il ghiacciaio.
“Il suo stato di salute ad oggi non è certamente felice”, spiega Federico Cazorzi, della Fondazione Glaciologica Italiana e dell’Università di Udine.
Secondo l’esperto, la combinazione tra scarse precipitazioni invernali e temperature estive accentuate e prolungate ha prodotto quest’anno “gravi compromissioni strutturali del ghiacciaio”.
E la stagione della fusione non è ancora terminata.
“C’è una grotta scavata nella parte alta del ghiacciaio dalla pioggia, non c’è quasi più traccia di neve e siamo solo a fine agosto”, osserva Cazorzi. Davanti al ghiacciaio restano ancora settembre e ottobre, mesi nei quali la fusione può continuare.
Il crollo osservato dagli esperti
Uno degli elementi più impressionanti osservati durante la tappa della Carovana si trova proprio nella parte superiore del ghiacciaio.
Qui si è formata nel tempo una grande cavità, scavata dall’azione dell’acqua e della pioggia. Una porzione della cavità è crollata proprio mentre il gruppo della Carovana dei ghiacciai la stava osservando.
È un’immagine che sintetizza la trasformazione in corso: il ghiacciaio non appare semplicemente più piccolo, ma presenta una struttura profondamente modificata.
Rispetto al 2022, quando era apparso più integro e voluminoso, oggi il Montasio si presenta più appiattito e in parte annerito, con una riduzione della copertura detritica nella parte alta e numerosi segni di crolli rocciosi.
Il ghiacciaio si ritira e il paesaggio cambia
La crisi del ghiaccio non modifica soltanto il ghiacciaio stesso. Cambia anche tutto ciò che gli sta intorno.
Negli spazi progressivamente liberati dal ghiaccio aumentano licheni e specie vegetali pioniere, mentre più in basso la vegetazione risale lentamente verso quote maggiori.
Aceri, abeti rossi e betulle stanno conquistando nuovi spazi.
È uno dei segnali più evidenti di una trasformazione che coinvolge l’intero ecosistema alpino. Quando il ghiaccio arretra, infatti, gli spazi liberati vengono progressivamente colonizzati da nuove forme di vita, modificando la composizione del paesaggio e degli ecosistemi.
“La montagna sta cambiando rapidamente”
Per Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia, il ritorno sul Montasio dopo quattro anni ha permesso di osservare con particolare chiarezza la trasformazione in corso.
“Lo abbiamo trovato completamente cambiato insieme al paesaggio circostante”, sottolinea.
Durante la permanenza in quota, la Carovana ha osservato anche gli effetti della scarsità d’acqua e del caldo sulle attività montane. In diverse malghe, secondo Legambiente, è venuto a mancare il fieno e si sono registrati problemi legati alla disponibilità di acqua.
La vegetazione, intanto, “sta risalendo piano piano in quota rincorrendo il ghiacciaio”.
Per Bonardo, la risposta non può limitarsi alla riduzione delle emissioni: occorre anche governare e tutelare gli ecosistemi che stanno emergendo con il cambiamento del paesaggio alpino.
Dalla disponibilità dell’acqua alla protezione del suolo, dalla biodiversità alla capacità di adattamento dei territori, questi nuovi ambienti possono infatti svolgere funzioni importanti per le comunità montane.
Il flash mob: “Non è caldo, è crisi climatica”

Il messaggio della Carovana è stato rilanciato anche attraverso un flash mob ai piedi dello Jôf di Montasio.
Nel pieno del grande weekend di caldo estremo, il team di Legambiente ha srotolato lo striscione con la scritta “Non è caldo, è crisi climatica”, trasformando il ghiacciaio del Montasio nel simbolo di una trasformazione che riguarda l’intero arco alpino.
La tappa è stata accompagnata anche da un momento musicale con il fisarmonicista Paolo Forte, prima dell’osservazione del ghiacciaio e dell’incontro con gli esperti.
L’obiettivo della campagna non è soltanto documentare la perdita di massa glaciale, ma mostrare come il cambiamento climatico stia modificando concretamente gli ambienti di montagna.
Il Montasio come “sentinella” delle Alpi
La storia del Montasio è particolarmente significativa proprio per la sua capacità, fino a oggi, di resistere meglio rispetto a molti altri ghiacciai alpini.
Negli ultimi vent’anni ha perso complessivamente circa 2-3 metri di spessore, mentre gli altri ghiacciai alpini hanno registrato perdite molto più consistenti.
Il dato non significa che il Montasio sia immune al riscaldamento globale. Al contrario, la sua posizione particolarmente favorevole ha finora contribuito a rallentarne gli effetti.
Il fatto che anche questo ghiacciaio stia mostrando segnali di forte sofferenza rende quindi il suo monitoraggio particolarmente importante.
“Il ghiacciaio occidentale del Montasio ha ben visibili i segni del cambiamento climatico”, conferma Cazorzi. E quest’anno, secondo l’esperto, la combinazione tra poca neve e caldo prolungato ha messo sotto pressione una struttura che per anni aveva dimostrato una maggiore resistenza.
L’ultima tappa sul Monviso
Dopo le tappe in Francia, Valle d’Aosta, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, la Carovana dei ghiacciai 2026 si prepara ora alla conclusione del viaggio.
L’ultima tappa sarà in Piemonte, dal 31 agosto al 3 settembre, sul ghiacciaio di Coolidge, nel massiccio del Monviso.
Dal Montasio al Monviso, il viaggio di Legambiente continuerà così a documentare la trasformazione dei ghiacciai italiani e degli ecosistemi che dipendono dalla loro presenza.
Il messaggio che arriva dalle Alpi Giulie, però, è già chiaro: anche i ghiacciai considerati più resistenti non sono al riparo dal riscaldamento del clima. E quando il ghiaccio arretra, a cambiare non è soltanto la montagna che vediamo, ma l’intero equilibrio naturale che la circonda.
@Credits Foto: Ufficio Stampa Legambiente
