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Malattia della pioggia, casi in aumento in Europa: il contagio sta cambiando. Ed il nome può ingannare

La dermatofilosi, infezione cutanea provocata dal batterio Dermatophilus congolensis, era conosciuta soprattutto in ambito veterinario. Ora l’ECDC segnala 123 casi in 10 Paesi europei e ipotizza un cambiamento nelle modalità di trasmissione. In Italia, al momento, non risultano casi nell’ambito del focolaio europeo

Una malattia conosciuta soprattutto dai veterinari che improvvisamente entra nel radar delle autorità sanitarie europee. È la dermatofilosi, ribattezzata «malattia della pioggia» o rain rot, un’infezione della pelle provocata dal batterio Dermatophilus congolensis.

Il nome, però, può trarre in inganno: non significa che la malattia si trasmetta semplicemente attraverso la pioggia. Il soprannome deriva dal fatto che il batterio è favorito da condizioni di umidità e che l’infezione è tradizionalmente associata soprattutto agli animali. Negli ultimi mesi, tuttavia, l’Europa ha registrato un aumento dei casi umani e soprattutto segnali di una possibile modifica delle dinamiche di trasmissione.

123 casi in 10 Paesi europei

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), al 20 agosto 2026 erano stati identificati 123 casi di infezione da D. congolensis in 10 Paesi europei: Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.

L’Italia, sulla base dei dati disponibili, non risulta al momento tra i Paesi interessati dal focolaio europeo.

I primi segnali dell’attuale aumento erano stati osservati già dalla fine del 2025. L’ECDC aveva quindi iniziato a monitorare la situazione, anche perché l’infezione umana da questo batterio era stata storicamente considerata rara.

Cos’è la dermatofilosi

La dermatofilosi è un’infezione batterica della pelle causata da Dermatophilus congolensis, microrganismo conosciuto da tempo soprattutto in medicina veterinaria.

Il batterio colpisce principalmente bovini, cavalli, pecore e altri animali, ma può interessare anche animali domestici e selvatici. Nell’uomo le infezioni erano invece considerate sporadiche e generalmente associate al contatto diretto con animali infetti oppure con materiale contaminato.

Il quadro clinico è prevalentemente cutaneo. Possono comparire lesioni, papule, pustole e croste, accompagnate anche da prurito. L’aspetto delle lesioni può tuttavia essere variabile e la diagnosi richiede una valutazione medica.

Perché si parla di un cambiamento del contagio

È questo il punto che ha attirato maggiormente l’attenzione delle autorità sanitarie.

Secondo l’ECDC, i dati più recenti suggeriscono un possibile cambiamento nelle dinamiche di trasmissione, con il contatto fisico molto stretto tra persone indicato come la via più probabile nei casi osservati, pur senza escludere completamente la trasmissione indiretta attraverso superfici o oggetti contaminati.

In precedenza, il principale meccanismo conosciuto era infatti il contatto con animali infetti o con ambienti e materiali contaminati.

Nei nuovi casi europei sono state osservate associazioni con situazioni caratterizzate da contatto pelle contro pelle molto ravvicinato, comprese alcune attività sessuali. Sono stati inoltre descritti casi in persone che praticano sport di contatto e in soggetti che hanno frequentato ambienti caldo-umidi come le saune.

Il primo caso associato a trasmissione sessuale nel Regno Unito

Un ulteriore elemento di attenzione è arrivato dalla Scozia.

Nel Regno Unito è stato infatti identificato il primo caso associato a trasmissione sessuale, secondo quanto riportato dal British Medical Journal. Il caso è stato collegato alla frequentazione di un locale nel quale si svolgevano attività sessuali.

Questo non significa che la dermatofilosi debba essere considerata una nuova infezione sessualmente trasmissibile in senso generale. Più precisamente, l’osservazione suggerisce che il contatto fisico molto stretto possa rappresentare una modalità di trasmissione del batterio anche tra esseri umani, in determinate circostanze.

Pregliasco: “Il contagio sta cambiando, ma nessun allarme”

A ridimensionare i timori è Fabrizio Pregliasco.

Il virologo sottolinea che Dermatophilus congolensis è un microrganismo conosciuto da molto tempo, soprattutto nel settore veterinario, e che le infezioni nell’uomo sono rimaste finora rare.

La novità, spiega Pregliasco, riguarda soprattutto l’epidemiologia del fenomeno: tradizionalmente l’infezione umana era associata al contatto con animali infetti o materiale contaminato, mentre i casi più recenti indicano la possibilità di una trasmissione da persona a persona attraverso contatti molto stretti.

Il messaggio, però, è chiaro: non c’è motivo per trasformare l’aumento dei casi in un nuovo allarme sanitario.

Per la popolazione generale, il rischio viene attualmente considerato molto basso. L’interesse delle autorità deriva soprattutto dal cambiamento osservato nella diffusione di un batterio che, fino a poco tempo fa, interessava quasi esclusivamente il mondo animale.

Perché si chiama “malattia della pioggia”

Il soprannome può generare un equivoco.

La dermatofilosi è chiamata rain rot perché l’umidità costituisce un elemento favorevole allo sviluppo dell’infezione, soprattutto negli animali. Non significa che la pioggia sia di per sé una fonte di contagio.

Il semplice fatto di bagnarsi sotto un temporale, quindi, non espone automaticamente una persona alla dermatofilosi.

Il batterio deve invece entrare in condizioni che ne favoriscano il passaggio e la colonizzazione, attraverso modalità che possono comprendere il contatto con animali o materiale contaminato e, alla luce dei nuovi casi europei, anche contatti fisici molto ravvicinati tra persone.

Cosa sappiamo e cosa ancora non sappiamo

La situazione europea viene monitorata proprio perché presenta elementi nuovi.

Da un lato, il numero complessivo dei casi rimane limitato e concentrato in un numero ristretto di Paesi. Dall’altro, la comparsa di infezioni umane associate a modalità di trasmissione diverse da quelle tradizionalmente osservate richiede ulteriori approfondimenti epidemiologici.

L’ECDC sta quindi osservando la distribuzione geografica dei casi, le possibili catene di trasmissione e i fattori che possono favorire il contagio.

Per ora, il quadro non giustifica scenari di emergenza per la popolazione generale. Ma rappresenta un esempio interessante di come un microrganismo conosciuto da decenni possa assumere dinamiche epidemiologiche differenti, rendendo necessario aggiornare continuamente la sorveglianza sanitaria.

La «malattia della pioggia», dunque, non è una nuova pandemia né un’infezione che si contrae semplicemente prendendo acqua. È piuttosto un’infezione cutanea rara nell’uomo che sta mostrando in Europa un comportamento epidemiologico insolito, abbastanza significativo da attirare l’attenzione delle autorità sanitarie ma, al momento, non tale da giustificare un allarme generalizzato.

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