Domenica 7 giugno 2026, al 64° minuto dell’amichevole tra Danimarca e Ucraina, in vista dei Mondiali 2026 che iniziano stasera, Christian Eriksen si è toccato il petto con una mano e si è accasciato. Per chi aveva vissuto il 12 giugno 2021, il giorno in cui il calciatore danese era crollato sul campo degli Europei davanti a milioni di spettatori, con il cuore che aveva smesso di battere, il momento è stato uno shock viscerale.
Ma questa volta è andata diversamente. Il defibrillatore cardiaco impiantabile che Eriksen porta dal giugno 2021 ha reagito correttamente all’anomalia cardiaca, intervenendo come progettato e consentendo al giocatore di riprendersi in tempi rapidissimi. Eriksen ha perso conoscenza solo per pochi istanti, tornando subito vigile e riuscendo addirittura a lasciare il terreno di gioco sulle proprie gambe.
Lo stesso Eriksen ha confermato che il suo defibrillatore impiantabile “ha fatto esattamente ciò per cui è stato progettato”, rassicurando tutti sulle proprie condizioni di salute e confermando di essere già tornato a casa con la famiglia.
Un dispositivo grande come un orologio da taschino ha fatto la differenza tra la vita e la morte. Per la seconda volta in cinque anni. Vale la pena capire come funziona e perché potrebbe salvare la vita a chiunque.
Cosa è successo il 12 giugno 2021: il punto di partenza
Per capire il valore di quanto accaduto domenica, bisogna tornare a quel pomeriggio di cinque anni fa. Durante Danimarca-Finlandia agli Europei, Eriksen, all’epoca 29 anni, centrocampista dell’Inter, uno dei migliori giocatori europei, è crollato sul campo vittima di un arresto cardiaco improvviso. Il cuore si era fermato. Senza il massaggio cardiaco immediato dei compagni di squadra e il defibrillatore a bordo campo, sarebbe morto in pochi minuti.
I medici accorsi sul campo lo hanno rianimato. Nei giorni successivi, durante il ricovero all’ospedale di Copenaghen, i cardiologi hanno identificato la causa: un’aritmia ventricolare grave: un’alterazione del ritmo elettrico del cuore che in certi momenti può causare una fibrillazione ventricolare, ovvero il collasso del normale pompaggio del sangue.
La decisione terapeutica è stata immediata e unanime tra i cardiologi danesi e internazionali consultati: impiantare un ICD — Implantable Cardioverter Defibrillator, ovvero un defibrillatore cardioverter impiantabile.
Cos’è l’ICD: il guardiano silenzioso del cuore
Il defibrillatore sottocutaneo è un dispositivo elettronico le cui dimensioni sono circa quelle di un orologio da taschino o un piccolo portamonete. Viene impiantato sotto la pelle toracica, solitamente nella parte laterale sinistra, sotto l’ascella. La sua funzione è monitorare costantemente l’attività elettrica del cuore. Quando il dispositivo rileva un’aritmia pericolosa, come una tachicardia ventricolare o una fibrillazione ventricolare, eroga automaticamente una scarica elettrica per ripristinare il ritmo cardiaco normale.
L’ICD può far tornare il cuore al suo ritmo normale attraverso tre livelli di intervento: stimolazione, con una serie di impulsi elettrici a velocità elevata per correggere il ritmo cardiaco; cardioversione, con una o più scosse elettriche per ripristinare il ritmo normale; defibrillazione, scariche elettriche più forti che possono “riavviare” il cuore e correggere la fibrillazione. Gli ICD di ultima generazione includono anche la funzione di pacemaker, per stimolare il battito cardiaco in caso di bradicardia, ovvero quando viene rilevata una frequenza cardiaca troppo lenta.
Il dispositivo agisce in autonomia, senza che il paziente debba fare nulla. Non richiede operatore, non richiede consapevolezza, non richiede tempo. Rileva l’aritmia e interviene in pochi secondi: esattamente quello che è successo domenica con Eriksen.
La differenza con il pacemaker tradizionale
Spesso ICD e pacemaker vengono confusi, ma sono dispositivi diversi con funzioni diverse. Il pacemaker è un dispositivo che invia impulsi elettrici regolari per mantenere il cuore a una frequenza minima: è usato principalmente per la bradicardia, ovvero quando il cuore batte troppo lentamente.
L’ICD è un dispositivo più sofisticato che monitora il ritmo cardiaco e interviene solo quando rileva un’aritmia pericolosa — tachicardia ventricolare o fibrillazione ventricolare. Non interviene sul ritmo lento, ma sulle accelerazioni caotiche che possono essere letali. Come dice il nome, è un defibrillatore impiantato che interviene solo se necessario.
Gli ICD di ultima generazione combinano entrambe le funzioni: pacemaker per la bradicardia e defibrillatore per le aritmie veloci. È quasi certamente questo tipo di dispositivo che Eriksen porta impiantato.
Il paradosso italiano: Eriksen non poteva giocare in Serie A
Qui si apre uno dei capitoli più controversi della vicenda Eriksen ed è uno dei più rilevanti per il dibattito medico e sportivo italiano.
A causa delle rigide normative sanitarie italiane, Eriksen aveva dovuto risolvere consensualmente il contratto con l’Inter nel dicembre 2021 per tornare a giocare in Inghilterra. In Italia, le norme sull’idoneità agonistica per gli atleti portatori di ICD sono tra le più restrittive d’Europa: fino a pochissimo tempo fa, avere un defibrillatore impiantato significava automaticamente non poter praticare sport agonistico ad alto livello.
All’estero la situazione è più permissiva. In paesi come la Danimarca e l’Inghilterra, essendo le regole più flessibili, è possibile per gli atleti tornare a giocare osservando determinate condizioni. Un esempio concreto: l’ospedale di Padova ha concesso a marzo 2026, per la prima volta in Italia, l’idoneità agonistica a un atleta con defibrillatore sottocutaneo — uno sciatore veneziano 17enne affetto dalla sindrome di Brugada.
La storia si è ripetuta con Edoardo Bove, il centrocampista della Fiorentina colpito da malore in campo nel dicembre 2024, a cui è stato impiantato un ICD. Anche lui ha dovuto affrontare il nodo della normativa italiana, che avrebbe impedito il ritorno in Serie A. Il caso Bove ha riaperto il dibattito pubblico su queste norme, portando molti cardiologi a chiedere un aggiornamento delle linee guida italiane in linea con gli standard europei.
In Italia muoiono ogni anno circa 1.000 persone per arresto cardiaco improvviso durante l’attività sportiva. La stragrande maggioranza uomini tra i 35 e i 65 anni che praticano sport amatoriale. La sopravvivenza all’arresto cardiaco extra-ospedaliero in Italia è ancora intorno al 5-8% (tra le più basse d’Europa) principalmente a causa dei lunghi tempi di intervento dei soccorsi e della scarsa diffusione di defibrillatori accessibili al pubblico. Ogni minuto che passa senza defibrillazione riduce le probabilità di sopravvivenza del 10%. Il caso Eriksen ha contribuito ad accelerare la diffusione dei DAE (Defibrillatori Automatici Esterni) negli impianti sportivi italiani, ma la strada è ancora lunga.
La domanda che si pone la medicina: quando è sicuro tornare a giocare?
Il nuovo malore di Eriksen riapre inevitabilmente la questione della sicurezza nel ritorno all’attività agonistica dopo un arresto cardiaco. Se l’episodio fosse legato a un’aritmia ventricolare, i cardiologi potrebbero dover riconsiderare l’idoneità. Se invece non fosse legato alla patologia per cui l’ICD è stato impiantato, il ragionamento cambierebbe completamente, il collasso sarebbe grave sul piano clinico, ma meno decisivo sul piano dell’idoneità.
La risposta non è semplice. Il caso Eriksen ha dimostrato che con un ICD correttamente funzionante un atleta d’élite può continuare a competere ai massimi livelli per anni. Ma ha anche dimostrato che il rischio non scompare: il cuore può avere nuovi episodi, e la sicurezza dipende dalla rapidità dell’intervento del dispositivo.
Il dibattito medico internazionale è ancora aperto. La posizione predominante nelle linee guida europee – e quella che ha permesso a Eriksen di continuare a giocare – è che con un ICD correttamente programmato e monitorato, il ritorno all’attività agonistica è possibile e sicuro in molti casi. La posizione italiana, storicamente più conservativa, si sta progressivamente avvicinando a questa visione.
I Mondiali e la morte improvvisa nello sport
La vicenda Eriksen arriva a pochi giorni dall’inizio dei Mondiali 2026 e ricorda un tema che il calcio e lo sport in generale tendono a non affrontare abbastanza: la morte cardiaca improvvisa negli atleti.
Sembra un paradosso: gli atleti d’élite sono le persone fisicamente più in forma al mondo. Come possono avere problemi cardiaci? La risposta è che l’attività fisica intensa, pur essendo benefica per la salute cardiovascolare in generale, può in alcuni casi rivelare o amplificare patologie cardiache strutturali o elettriche che altrimenti rimarrebbero silenti. La cardiomiopatia ipertrofica, le canalopatie come la sindrome di Brugada o la sindrome del QT lungo, le anomalie coronariche congenite: sono condizioni che possono rimanere asintomatiche per anni e manifestarsi improvvisamente durante uno sforzo fisico intenso.
La presenza di defibrillatori a bordo campo e la formazione del personale medico sulle manovre di rianimazione cardiopolmonare sono le misure più efficaci per ridurre la mortalità da arresto cardiaco improvviso nello sport. Il caso Eriksen del 2021 ha contribuito a sensibilizzare il pubblico e le federazioni sportive su questo tema con effetti positivi documentati sulla diffusione dei defibrillatori negli impianti sportivi.
