Si chiamano Romulus, Remus e Khaleesi. Vivono in una riserva naturale protetta di 800 ettari in una località segreta degli Stati Uniti. Hanno un manto bianco, zampe enormi, una corporatura massiccia. E sono, almeno secondo la società che li ha creati, i primi rappresentanti di una specie che non esisteva più sulla Terra da oltre 12.500 anni: il Dire Wolf, il lupo terribile, il predatore apicale del Pleistocene americano reso famoso al grande pubblico dalla serie Game of Thrones.
Il 7 aprile 2025, la società di biotecnologie Colossal Biosciences di Dallas ha annunciato al mondo la nascita dei tre cuccioli, definendola “la prima de-estinzione riuscita della storia”. Romulus e Remus sono nati il 1° ottobre 2024, Khaleesi il 30 gennaio 2025. Sono stati partoriti da cani surrogate – adottati dopo il parto attraverso una società di adozioni animali – e nessun animale è stato danneggiato nel processo.
La notizia ha fatto il giro del mondo. Ma dietro i titoli entusiastici si nasconde una domanda scientifica molto più complicata: questi tre cuccioli sono davvero Dire Wolf? E soprattutto, cosa succederà quando la tecnologia della de-estinzione diventerà abbastanza matura da riportare davvero specie estinte negli ecosistemi che le hanno perse?
Cos’è il Dire Wolf: il predatore che dominò le Americhe
Il dire wolf – Aenocyon dirus – non è il lupo grigio di cui siamo abituati a sentir parlare. È una specie completamente distinta, evolutivamente separata dal lupo grigio (Canis lupus) da circa 5,7 milioni di anni. Era più grande, più massiccio, con denti più robusti adatti a spezzare ossa. Cacciava megafauna pleistocenica: bisonti giganti, cavalli selvatici, bradipi terrestri delle dimensioni di un elefante.
Dominò le Americhe per oltre un milione di anni, dal Nord America al Sud America. Poi, circa 12.500 anni fa, scomparve — quasi certamente in combinazione con il cambiamento climatico di fine Pleistocene e l’arrivo dei primi esseri umani nel continente americano, che cacciarono le stesse prede di cui il dire wolf aveva bisogno.
Ne rimangono tracce fossili straordinarie: la Tar Pit di La Brea, a Los Angeles, ha restituito i resti di oltre 4.000 esemplari di dire wolf intrappolati nel bitume naturale: la concentrazione più alta di fossili di carnivori mai trovata in un singolo sito al mondo.
Come funziona la “de-estinzione”: 20 modifiche nel DNA del lupo grigio
La tecnica usata da Colossal non è fantascienza, ma non è nemmeno esattamente quello che il termine “de-estinzione” fa immaginare. Non si è partiti dal DNA del dire wolf per creare un clone identico all’originale. Si è partito dal DNA del lupo grigio – il parente vivente più prossimo – e si sono introdotte 20 modificazioni in 14 geni per avvicinare il risultato alle caratteristiche fisiche del Dire Wolf documentate dai fossili.
Il processo ha usato la tecnologia CRISPR-Cas9 – le cosiddette forbici molecolari – per modificare con precisione sequenze specifiche del genoma del lupo grigio. Le modifiche hanno riguardato principalmente le caratteristiche visibili: dimensioni corporee maggiori, manto bianco, struttura cranica e dentale più robusta.
La Tar Pit di La Brea, nel cuore di Los Angeles, è uno dei siti paleontologici più straordinari del mondo. Pozze di bitume naturale affiorate in superficie hanno intrappolato animali per oltre 50.000 anni, conservandone i resti in modo eccezionale. Tra i fossili estratti: oltre 4.000 dire wolf, 2.000 leoni americani, mammut, mastodonti, tigri dai denti a sciabola e persino i resti di un essere umano vissuto circa 9.000 anni fa. Oggi il sito è un museo aperto al pubblico e i paleontologi continuano a scavare, trovando nuovi fossili ogni anno nel mezzo della seconda città più grande degli Stati Uniti.
Il risultato sono tre animali che assomigliano al dire wolf nelle caratteristiche fisiche osservabili. Ma sotto la superficie, il loro genoma è per la stragrande maggioranza quello di un lupo grigio. È de-estinzione? Dipende da come si definisce il termine.
Il dibattito scientifico: sono davvero Dire Wolf?
La comunità scientifica è divisa, e il dibattito è genuino e importante.
Da un lato, i sostenitori dell’approccio di Colossal – tra cui la paleontologa Beth Shapiro, che ha lavorato al progetto – sostengono che la definizione di specie dovrebbe essere funzionale: se un animale ha l’aspetto di quella specie, si comporta come quella specie e occupa il ruolo ecologico di quella specie, allora è quella specie. “Quando li ho visti nascere, bianchi, ho pensato: l’abbiamo fatto”, ha detto Shapiro.
Dall’altro lato, molti paleontologi e biologi evolutivi contestano questa definizione. Il dire wolf e il lupo grigio erano specie separate da milioni di anni di evoluzione indipendente, con differenze genetiche profonde che vanno ben oltre le 20 modifiche introdotte da Colossal. Quello che è stato creato, secondo i critici, è un lupo grigio modificato — un animale nuovo e interessante, ma non un dire wolf.
Come ha scritto Ricki Lewis su DNA Science: “Le immagini di cuccioli bianchi simili a lupi accompagnano reportage così entusiasti che il risultato tecnico è nascosto nell’eccitazione mediatica”. Colossal ha fatto 20 modifiche genetiche in 14 geni di un lupo grigio. È un risultato tecnico straordinario. Ma non è la stessa cosa che ricreare dal nulla un genome estinto.
I rischi ecologici: cosa succede se li reintroduciamo?
La questione più urgente – e quella con implicazioni più dirette per gli ecosistemi – è cosa succederebbe se animali de-estinti venissero reintrodotti negli ambienti naturali.
Nel caso del Dire Wolf, il problema è immediato: l’ecosistema nordamericano del 2025 non è quello del Pleistocene. Le sue prede (bisonti giganti, cavalli selvatici primitivi, bradipi terrestri) sono anch’esse estinte. L’habitat è completamente cambiato. Reintrodurre un grande predatore apicale in un ecosistema che si è evoluto per 12.500 anni senza di lui potrebbe avere conseguenze imprevedibili.
Gli ecologi citano spesso l’esempio positivo della reintroduzione del lupo grigio a Yellowstone nel 1995 — che ha innescato una cascata di effetti trofici positivi, riducendo il sovraspopolamento dei cervi e permettendo la rigenerazione della vegetazione. Ma il lupo grigio non era mai stato completamente assente da Yellowstone, era solo stato eliminato localmente, mentre l’ecosistema aveva mantenuto la “memoria” della sua presenza. Un predatore assente da 12.500 anni è una storia completamente diversa.
Colossal e il mammut lanoso: il progetto più ambizioso
Il Dire Wolf è solo il primo di una serie di progetti di de-estinzione di Colossal. La società – i cui investitori includono Tom Brady, Tiger Woods e Paris Hilton – punta anche a riportare in vita il mammut lanoso entro il 2028, il dodo e il tilacino (la tigre della Tasmania). E ha appena annunciato un nuovo progetto per il bluebuck: un’antilope sudafricana estinta circa 200 anni fa.
Per il bluebuck, Colossal ha dichiarato che saranno necessarie più modifiche genetiche rispetto al dire wolf, ma meno rispetto ad altri progetti. Per il dire wolf sono state fatte 20 modifiche in 14 geni.
Il mammut lanoso pone le stesse domande del dire wolf, amplificate. L’idea è di reintrodurre animali simili al mammut nelle tundre siberiane e nordamericane, dove potrebbero aiutare a rallentare lo scioglimento del permafrost schiacciando la neve e permettendo all’aria fredda di penetrare nel suolo. È un’ipotesi ecologica interessante ma introduce una variabile enorme e imprevedibile in ecosistemi già sotto stress da cambiamento climatico.
La domanda etica che nessuno vuole fare
C’è una questione che attraversa tutti questi progetti e che raramente viene discussa apertamente: è giusto de-estinguere specie?
Da un lato, c’è l’argomento della riparazione: se gli esseri umani hanno contribuito all’estinzione di molte specie – direttamente attraverso la caccia, indirettamente attraverso il cambiamento del clima e degli habitat – hanno forse la responsabilità morale di riportarle in vita quando ne hanno la capacità tecnica.
Dall’altro lato, c’è l’argomento della priorità: le risorse investite nella de-estinzione (Colossal ha raccolto oltre 225 milioni di dollari di finanziamenti) potrebbero essere usate per proteggere le migliaia di specie attualmente a rischio di estinzione. Salvare il lupo rosso – di cui vivono meno di 20 esemplari selvatici – costa infinitamente meno che ricreare un Dire Wolf, e ha un impatto certo su un ecosistema reale.
Romulus, Remus e Khaleesi esistono. Sono sani, stanno crescendo, e vivono in una riserva protetta. Sono un risultato tecnico straordinario. Ma alla domanda che pongono – cosa vogliamo fare con questa tecnologia, e per chi – la scienza da sola non può rispondere. Richiede un dibattito pubblico che ancora non c’è stato.
