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L’Italia torna al nucleare: c’è già la data dei primi reattori

La Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Il testo passa ora al Senato, dove il governo punta a ottenere il via libera definitivo prima della pausa estiva. I decreti attuativi sono attesi entro Natale 2026, con i primi reattori operativi previsti tra il 2034 e il 2035.

È un momento storico: per la prima volta dopo i referendum del 1987 e del 2011 che avevano sancito il no italiano all’atomo, il Parlamento approva una legge che riapre formalmente la porta al nucleare. Ma cosa prevede davvero questo DDL? Cosa sono gli SMR di cui tutti parlano? E la domanda che i climatologi si pongono: quei reattori del 2034 arriveranno in tempo per fare la differenza sul clima?

Cosa dice davvero il DDL: una delega, non una centrale

Il primo chiarimento necessario riguarda cosa sia esattamente il testo approvato ieri. Il DDL non autorizza la costruzione immediata di centrali nucleari: dà al governo la delega per disciplinare con decreti legislativi la produzione e l’utilizzo di energia nucleare sostenibile. In pratica, è una legge quadro che stabilisce le regole del gioco — non la partita.

La delega autorizza il governo a emanare entro dodici mesi i decreti su produzione nucleare, ricerca sulla fusione e gestione dei rifiuti radioattivi. Solo dopo quei decreti – attesi entro fine 2026 – si potrà parlare di siti, autorizzazioni, contratti con le aziende e cantieri. Siamo, in altri termini, all’inizio di un processo lungo e complesso, non alla fine.

Le risorse finanziarie stanziate sono a dir poco esigue: 20 milioni di euro all’anno per il triennio 2027-2029, per un totale di 60 milioni, destinati essenzialmente alle attività preparatorie, di ricerca e di organizzazione del nuovo quadro normativo. Per dare un termine di paragone: una singola centrale nucleare di media taglia costa tra i 10 e i 20 miliardi di euro. I 60 milioni stanziati non bastano nemmeno per lo studio di fattibilità di un impianto.

Cosa sono gli SMR: i piccoli reattori modulari spiegati

Il DDL punta su due tecnologie di nuova generazione: gli Small Modular Reactor – SMR, impianti di dimensioni ridotte – e gli Advanced Modular Reactor – AMR, reattori modulari avanzati di quarta generazione, che offrono livelli elevati di sicurezza intrinseca.

Gli SMR sono reattori nucleari a fissione di potenza ridotta — tipicamente sotto i 300 megawatt elettrici, contro i 1.000-1.600 MW delle grandi centrali tradizionali. Il loro vantaggio principale è la costruzione in fabbrica invece che in cantiere: i componenti vengono prodotti in serie, assemblati in stabilimento e trasportati sul sito. Questo dovrebbe ridurre i tempi e i costi di costruzione rispetto alle grandi centrali.

Il ministro Pichetto Fratin ha usato un paragone evocativo: un piccolo reattore modulare da 300 megawatt occupa lo spazio di tre campi da calcio, mentre per ottenere la stessa produzione con il fotovoltaico ne servirebbero tremila. È un dato tecnicamente corretto — il nucleare ha una densità energetica molto superiore alle rinnovabili. Ma va contestualizzato: quei “tremila campi da calcio” di fotovoltaico si costruiscono oggi, in due-tre anni, a costi certi. Gli SMR sono ancora in fase di sviluppo, e nessuno è ancora operativo su scala commerciale.

Gli AMR di quarta generazione sono tecnologie ancora più avanzate e sperimentali: usano tecnologie più avanzate, spesso refrigeranti o combustibili diversi rispetto ai reattori tradizionali, e puntano a maggiore efficienza, sicurezza, flessibilità d’impiego e minori scorie. Sono più sicuri sulla carta, ma anche più lontani dalla disponibilità commerciale.

I tempi reali: dal voto di ieri al 2034

La strategia del governo punta su SMR, AMR e microreattori, con primi reattori operativi previsti tra il 2034 e il 2035. È una previsione ottimistica, che presuppone tutto vada per il meglio: approvazione rapida al Senato, decreti attuativi nei tempi previsti, identificazione dei siti senza conflitti territoriali, autorizzazioni in tempi europei, contratti con i costruttori e costruzione senza ritardi.

La storia del nucleare mondiale non incoraggia l’ottimismo sui tempi. Il reattore EPR di Flamanville, in Francia, è stato avviato con 12 anni di ritardo e un costo finale di 13 miliardi di euro contro i 3 previsti. Il progetto Hinkley Point C nel Regno Unito ha già accumulato ritardi significativi. Gli SMR, pur promettenti sulla carta, non hanno ancora un progetto completamente operativo su scala commerciale da nessuna parte al mondo.

La scadenza europea per la decarbonizzazione è il 2050, con obiettivi intermedi stringenti al 2030 e al 2035. Un reattore italiano operativo nel 2034-2035 arriverebbe in tempo per contribuire alla fase finale della transizione, ma non potrebbe risolvere il problema delle emissioni del prossimo decennio.

💡 Lo sapevi?

L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad aver rinunciato al nucleare due volte per referendum: nel 1987, dopo Chernobyl, con l’80% dei voti contrari, e nel 2011, dopo Fukushima, con il 94% dei voti contrari: uno dei risultati referendari più netti della storia repubblicana italiana. Oggi, secondo i sondaggi più recenti, il 55-60% degli italiani si dichiara favorevole al ritorno del nucleare. Un cambio di opinione significativo, guidato principalmente dalla preoccupazione per il caro bollette e la dipendenza energetica dall’estero. In meno di quindici anni, l’emergenza energetica ha ribaltato un consenso che sembrava granitico.

Il nodo delle scorie: il problema irrisolto

Le associazioni contrarie al nucleare contestano i costi elevati degli impianti, i tempi necessari per la realizzazione e il problema dello smaltimento delle scorie radioattive, sostenendo che gli obiettivi climatici possano essere raggiunti investendo esclusivamente sulle fonti rinnovabili.

Il problema delle scorie radioattive è reale e irrisolto. L’Italia non ha ancora un deposito nazionale per i rifiuti radioattivi già esistenti, prodotti dalle quattro centrali chiuse dopo il referendum del 1987, e ancora stoccati temporaneamente in diversi siti. Il processo di individuazione del sito per il Deposito Nazionale (avviato formalmente anni fa) è ancora bloccato da opposizioni locali e ricorsi amministrativi.

Aprire nuove centrali prima di aver risolto il problema delle scorie esistenti è una contraddizione che il DDL non affronta in modo esplicito, anche se il testo prevede norme sulla gestione dei rifiuti radioattivi tra i decreti attuativi.

Nucleare vs rinnovabili: falso dilemma o scelta reale?

Il dibattito pubblico tende a contrapporre nucleare e rinnovabili come se fossero alternative incompatibili. La realtà tecnica è più sfumata.

Il nucleare ha vantaggi che le rinnovabili non hanno: produce energia in modo continuo e prevedibile, indipendente dalle condizioni meteorologiche, con una densità energetica elevatissima. In un sistema elettrico decarbonizzato al 100%, avere una quota di nucleare riduce la necessità di sistemi di accumulo e di backup, rendendo la rete più stabile.

Le rinnovabili hanno vantaggi che il nucleare non ha: si installano in anni, non in decenni, con costi certi e in costante calo, senza problemi di scorie e senza rischi di incidenti. Per gli obiettivi climatici del 2030, solo le rinnovabili possono contribuire in tempo.

Il governo afferma che il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza dall’estero. È una posizione difendibile nel lungo periodo. Ma nel breve — quello che conta per il clima — la risposta più rapida ed economica alla bolletta alta e alle emissioni elevate resta quella delle rinnovabili. Il nucleare del 2034 e le rinnovabili del 2026 non si escludono. Ma non si equivalgono neanche.

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