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La prossima pandemia ci troverà divisi come l’ultima? Gli USA bloccano l’accordo ONU

Venerdì scorso, a New York, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è riunita per fare il punto su un tema che il mondo pensava di aver imparato a prendere sul serio dopo il 2020: come prepararsi alla prossima pandemia. Alla fine della giornata, la dichiarazione che avrebbe dovuto sancire un impegno condiviso tra tutti i paesi membri non è stata adottata. A bloccarne il consenso sono stati gli Stati Uniti, insieme – per motivi diversi – all’Unione Europea.

Non è un dettaglio burocratico da archiviare in fretta. È, nei fatti, la stessa frattura Nord-Sud del mondo che si era aperta durante il Covid, e che non si è mai davvero richiusa.

Cosa prevedeva la dichiarazione, e perché non è passata

Il testo, non vincolante, impegnava i paesi membri a rafforzare la cooperazione internazionale su preparazione, finanziamento, capacità di laboratorio e – punto più delicato – accesso equo a farmaci e vaccini in caso di nuova pandemia. La maggioranza dei paesi membri ha espresso sostegno al testo. A opporsi con più forza sono stati alcuni dei paesi più ricchi.

Le motivazioni, però, sono state diverse tra Washington e Bruxelles. L’Unione Europea ha parlato di “linee rosse” superate sulla protezione della proprietà intellettuale, sostenendo che il trasferimento di tecnologia debba restare “volontario e concordato reciprocamente” una posizione legata alla tutela dei brevetti farmaceutici.

Gli Stati Uniti hanno invece contestato il linguaggio del documento su un piano diverso. Erica Schwartz, direttrice dei CDC (i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie americani), ha dichiarato che il testo conteneva “ideologie che causano divisione e non hanno una definizione condivisa” riferendosi, secondo quanto ricostruito dal New York Times, a passaggi sull’integrazione della parità di genere nelle politiche sanitarie e sull’accesso universale ai servizi di salute sessuale e riproduttiva, espressioni che l’amministrazione ha interpretato come un possibile riferimento all’aborto.

💡 Lo sapevi?

Il meccanismo PABS (Pathogen Access and Benefit Sharing), ancora in negoziazione, regolerebbe come i paesi condividono i campioni di virus emergenti con il resto del mondo, e come i benefici derivati — vaccini, test, farmaci — vengano poi redistribuiti equamente. È uno dei nodi più tecnici ma più decisivi di tutto il sistema di preparazione pandemica globale.

Il filo diretto con il Covid

Qui arriva il collegamento che rende questa storia tutt’altro che astratta. Il rifiuto di Stati Uniti ed Europa arriva in un contesto che gli osservatori sanitari hanno subito riportato a un episodio preciso: durante la pandemia di Covid-19, i paesi a basso reddito sono rimasti indietro di oltre un anno rispetto ai paesi ricchi nell’accesso ai vaccini. È stato uno dei punti più contestati di tutta la gestione globale della pandemia e proprio su quel nodo, l’accesso equo a vaccini e cure, si gioca oggi la stessa partita.

C’è poi un secondo filo che lega la vicenda al Covid in modo ancora più diretto: l’amministrazione statunitense ha da tempo attribuito le origini della pandemia a una fuga di laboratorio a Wuhan, in Cina, sostenendo che un virus manipolato in laboratorio (la cosiddetta ipotesi “gain of function”) sia stato alla base del contagio globale, una posizione che alimenta la sfiducia dell’amministrazione verso meccanismi di cooperazione scientifica internazionale come quelli proposti nella dichiarazione ONU.

Non va dimenticato, infine, che gli Stati Uniti hanno formalmente lasciato l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 22 gennaio 2026, dopo l’annuncio del ritiro arrivato nei primi mesi dell’amministrazione Trump. Washington non ha quindi partecipato nemmeno alla finalizzazione del Pandemic Agreement, l’accordo sulla preparazione alle pandemie adottato dagli altri paesi membri dell’OMS il 20 maggio 2025.

Cosa succede adesso

La bocciatura non significa la fine del percorso. Il presidente dell’Assemblea Generale ONU, Khalilur Rahman, ha confermato che i paesi membri torneranno a discutere la dichiarazione in futuro. Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha sottolineato che la mancanza di sostegno di Stati Uniti e Unione Europea non impedirà agli altri membri di votare e adottare il documento in un prossimo incontro.

Resta sul tavolo, separatamente, anche la questione della condivisione dei campioni dei patogeni (il cosiddetto meccanismo PABS, Pathogen Access and Benefit Sharing): un negoziato tecnico ma cruciale, perché è proprio dalla rapida condivisione internazionale dei campioni virali che dipende la velocità con cui il mondo riesce a sviluppare un vaccino quando scoppia una nuova emergenza: esattamente il tipo di corsa contro il tempo vissuta nel gennaio 2020.

Perché conviene seguire questa storia, anche da lontano

Un accordo non vincolante bocciato a New York può sembrare lontano dalla vita quotidiana. Ma la storia recente dice il contrario: le decisioni prese (o rimandate) nei consessi internazionali sulla preparazione alle pandemie sono esattamente il tipo di infrastruttura diplomatica che, nel bene e nel male, ha determinato quanto velocemente – e quanto equamente – il mondo è uscito dal Covid. La prossima emergenza sanitaria globale, quando arriverà, troverà il mondo con gli stessi accordi irrisolti di oggi, o con qualcosa in più.

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