Greenpeace Italia, Legambiente, WWF Italia e Kyoto Club contestano la legge delega approvata dal Senato: nel mirino il “nucleare sostenibile”, i reattori modulari, i tempi di realizzazione, le scorie radioattive e la dipendenza dall’uranio
Il Parlamento ha dato il via libera definitivo alla legge delega sul nucleare, ma fuori dal Parlamento arriva una bocciatura netta da parte delle principali associazioni ambientaliste. Greenpeace Italia, Legambiente, WWF Italia e Kyoto Club definiscono il provvedimento «una scatola vuota, piena di false promesse» e contestano in particolare l’idea di affidare al nucleare un ruolo nella transizione energetica italiana.
Il voto del Senato del 23 settembre ha chiuso l’iter parlamentare del disegno di legge delega promosso dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Il provvedimento affida ora al Governo il compito di definire, attraverso successivi decreti legislativi, le regole per produzione ed esercizio degli impianti, sicurezza, gestione del combustibile esaurito, rifiuti radioattivi e sistema dei controlli.
Proprio questa prospettiva è contestata dalle quattro organizzazioni ambientaliste, che hanno diffuso una posizione comune immediatamente dopo l’approvazione.
«Il nucleare sostenibile oggi non esiste»
Il primo punto della critica riguarda già il nome della legge.
Secondo Greenpeace Italia, Legambiente, WWF Italia e Kyoto Club, parlare di “nucleare sostenibile” sarebbe improprio perché, a loro giudizio, non esisterebbe oggi una tecnologia nucleare che possa essere presentata come soluzione disponibile, rapida e priva delle criticità associate alla produzione di energia atomica.
Le associazioni sostengono che il nucleare oggi disponibile sia sostanzialmente quello già conosciuto negli ultimi decenni e contestano quindi l’idea che l’introduzione di tecnologie di nuova generazione possa cambiare radicalmente il quadro nel breve periodo.
Il testo approvato dal Senato, tuttavia, utilizza effettivamente la definizione di “nucleare sostenibile” all’interno dei principi che dovranno guidare il futuro programma nazionale. L’obiettivo indicato è inserire nucleare e fusione nel mix energetico italiano in coerenza con decarbonizzazione, sicurezza degli approvvigionamenti, indipendenza e resilienza energetica e neutralità climatica al 2050.
È dunque su questa definizione e sulla sua concreta applicabilità che si concentra una parte significativa del confronto.
Il punto più discusso: i piccoli reattori modulari
Al centro della discussione ci sono gli SMR, Small Modular Reactors, i reattori modulari di piccola taglia sui quali il Governo punta come una delle tecnologie da prendere in considerazione per il futuro nucleare italiano.
Le quattro associazioni contestano soprattutto il modo in cui gli SMR vengono presentati nel dibattito pubblico. Secondo la loro posizione, non sono oggi disponibili commercialmente su larga scala e non rappresentano quindi una risposta immediata alla crisi energetica.
Il tema non è soltanto politico. Anche le tempistiche sono un elemento centrale: i progetti SMR sviluppati nel mondo si trovano a livelli diversi di maturità tecnologica e regolatoria e non costituiscono ancora un mercato occidentale consolidato.
In una precedente analisi presentata nel febbraio 2026, il 100% Rinnovabili Network, che riunisce tra gli altri Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente e WWF, aveva sostenuto che nessun SMR fosse allora operativo in Occidente e aveva richiamato i problemi di costo e di tempi di alcuni progetti internazionali.
Il Governo guarda invece agli SMR come a una possibile componente della futura strategia energetica italiana. La discussione resta quindi aperta soprattutto su quando queste tecnologie potranno essere realmente disponibili, a quale costo e con quali caratteristiche di sicurezza.
«Non garantisce energia in tempi rapidi»
È uno dei principali argomenti della critica ambientalista.
Greenpeace, Legambiente, WWF e Kyoto Club sostengono che il nucleare non possa essere considerato una risposta rapida alla situazione energetica italiana perché la realizzazione di una centrale richiede tempi molto lunghi.
Nel loro comunicato richiamano l’esperienza di Flamanville, in Francia, come esempio delle difficoltà e dei ritardi che possono caratterizzare la costruzione di un grande reattore.
Il ministro Pichetto ha indicato invece il 2033-2034 come orizzonte per le prime centrali italiane. Si tratta però di una previsione del Governo e non di una scadenza stabilita dalla legge appena approvata.
Il passaggio appena concluso riguarda infatti la costruzione del quadro legislativo. Il Governo dovrà ancora emanare i decreti delegati previsti dal provvedimento. L’ANSA riferisce che il ministro punta a intervenire con i decreti attuativi entro la fine del 2026.
La questione dei tempi
23 settembre 2026 — il Senato approva definitivamente la legge delega.
Ora — il Governo deve adottare i decreti legislativi previsti dalla delega.
2033-2034 — è l’orizzonte indicato dal ministro Pichetto per le prime centrali, non una data fissata dalla legge.
Il problema dell’uranio e della sicurezza energetica
Un altro capitolo della critica riguarda l’indipendenza energetica.
Le associazioni contestano l’idea che il nucleare possa rendere l’Italia completamente indipendente dal punto di vista energetico, ricordando che i reattori richiedono combustibile nucleare e che la filiera dell’uranio è internazionale.
Nel loro comunicato citano anche la Russia tra i Paesi rilevanti nella filiera e sottolineano il quadro geopolitico profondamente cambiato rispetto agli anni in cui l’Italia decise di uscire dal nucleare.
Su questo punto è importante distinguere due concetti: produzione elettrica interna e indipendenza dall’approvvigionamento delle materie prime non sono la stessa cosa.
Una centrale costruita in Italia produrrebbe infatti elettricità sul territorio nazionale, ma la filiera del combustibile resterebbe necessariamente internazionale.
Le associazioni sostengono quindi che il nucleare non possa essere presentato automaticamente come sinonimo di indipendenza energetica.
Scorie: il problema che l’Italia deve ancora risolvere
È probabilmente il punto più concreto della critica.
L’Italia deve ancora completare il percorso per la gestione definitiva dei rifiuti radioattivi prodotti dalle attività nucleari del passato.
Le quattro organizzazioni sostengono che la nuova legge riapra il tema della gestione delle scorie delle centrali chiuse dopo il referendum del 1987 senza che sia ancora stato risolto il problema del deposito nazionale.
Il Deposito Nazionale è infatti destinato a raccogliere in sicurezza i rifiuti radioattivi italiani a molto bassa, bassa e parte della media attività. Il percorso di localizzazione è ancora in corso.
A questo si aggiungerebbe, in caso di ritorno alla produzione nucleare, la necessità di gestire i rifiuti generati dai nuovi impianti.
Per le associazioni è quindi una contraddizione discutere di nuove centrali senza avere ancora completato la soluzione per i materiali prodotti dal precedente programma nucleare italiano.
SMR e rifiuti: cosa contestano le associazioni
Il comunicato ambientalista dedica particolare attenzione anche alla relazione tra dimensione dei reattori e produzione di rifiuti.
Greenpeace, Legambiente, WWF e Kyoto Club sostengono che i piccoli reattori modulari non eliminino il problema delle scorie e contestano l’idea secondo cui un reattore più piccolo sarebbe automaticamente più sicuro o più sostenibile.
Questa è una delle questioni tecniche più interessanti del dibattito sugli SMR: la valutazione ambientale non può essere fatta soltanto guardando alle dimensioni fisiche del reattore, ma deve considerare combustibile, ciclo del combustibile, materiali radioattivi, sicurezza, costruzione, gestione e fine vita.
Uno studio richiamato dal 100% Rinnovabili Network sostiene inoltre che alcuni concetti di SMR potrebbero produrre quantità di rifiuti radioattivi per unità di energia superiori a quelle dei reattori convenzionali. Si tratta però di un tema tecnico riferito a specifiche tecnologie e configurazioni: non è corretto trasformarlo automaticamente in una caratteristica identica per ogni possibile SMR.
Il fattore geopolitico
Nel comunicato c’è poi un elemento che va oltre la tecnologia: la sicurezza delle infrastrutture energetiche in un contesto geopolitico cambiato.
Le associazioni osservano che nuove centrali significherebbero anche nuovi impianti strategici distribuiti sul territorio nazionale e sostengono che, alla luce dell’attuale situazione internazionale, questo debba essere considerato nel bilancio complessivo della sicurezza.
È una valutazione politica e di sicurezza espressa dalle organizzazioni ambientaliste, non una conseguenza automatica della legge.
Il provvedimento, dal canto suo, dedica ampio spazio alla sicurezza nucleare e al sistema dei controlli, prevedendo il riordino delle competenze e una struttura di vigilanza indipendente.
Il confronto con le rinnovabili
La conclusione delle quattro associazioni riguarda il modello energetico alternativo.
Secondo Greenpeace, Legambiente, WWF e Kyoto Club, l’Italia dovrebbe concentrare gli investimenti su rinnovabili, accumuli, efficienza energetica ed elettrificazione, considerate nella loro posizione le tecnologie capaci di aumentare più rapidamente l’indipendenza energetica.
La critica si intreccia anche con un’altra questione: la velocità con cui vengono autorizzati e realizzati gli impianti rinnovabili.
Le associazioni accusano il Governo di non essere altrettanto rapido sulle rinnovabili e citano, tra gli esempi, il taglio dei fondi destinati ai porti funzionali allo sviluppo dell’eolico offshore.
La loro tesi è quindi che il problema non sia soltanto se il nucleare possa produrre elettricità, ma se sia la tecnologia sulla quale concentrare risorse e capacità amministrativa nei prossimi anni.
Il dibattito è appena iniziato
Il voto del Senato ha chiuso il percorso parlamentare della legge delega, ma non quello politico e tecnologico.
Da una parte il Governo considera il nucleare una componente della strategia per sicurezza energetica, decarbonizzazione e competitività industriale. Dall’altra, Greenpeace Italia, Legambiente, WWF Italia e Kyoto Club contestano proprio la possibilità che il nucleare possa offrire una risposta sufficientemente rapida e sostenibile alle esigenze del sistema energetico italiano.
Nei prossimi mesi il confronto si sposterà dai principi alle scelte concrete: quali tecnologie, quali tempi, quali costi, quali siti, quale sistema di sicurezza e quale gestione dei rifiuti.
Ed è su questi elementi, più che sul semplice voto parlamentare, che si misurerà la reale portata del ritorno del nucleare in Italia.
