Il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sul nucleare sostenibile. Il Governo dovrà ora scrivere le regole per impianti, siti, sicurezza e rifiuti radioattivi. Il ministro Pichetto indica il 2033-2034 come possibile orizzonte per le prime centrali, ma prima ci sono ancora diversi passaggi
Il ritorno del nucleare in Italia ha superato il passaggio parlamentare decisivo. Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge delega in materia di energia nucleare sostenibile, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. Il testo, già approvato dalla Camera a giugno, restituisce al Paese una cornice normativa per disciplinare la produzione di energia nucleare dopo quasi quarant’anni dall’uscita dell’Italia dal nucleare.
Ma attenzione a un punto fondamentale: l’approvazione della legge non significa che in Italia stia per essere costruita una centrale.
La legge delega infatti non autorizza automaticamente un impianto in un determinato territorio. Affida al Governo il compito di costruire, attraverso successivi decreti legislativi, il nuovo sistema di regole: dalla localizzazione dei reattori alle autorizzazioni, dalla sicurezza alla gestione del combustibile, fino ai rifiuti radioattivi e al decommissioning.
È quindi appena iniziata la fase più complessa: trasformare una scelta normativa in un programma industriale concreto.
Il primo passaggio: scrivere le nuove regole
Il disegno di legge approvato dal Senato è una legge delega. Il Parlamento stabilisce quindi gli obiettivi e i criteri, mentre sarà il Governo a definire nel dettaglio la disciplina attraverso uno o più decreti legislativi.
La delega comprende diversi aspetti del ciclo nucleare. Il testo prevede infatti regole per la sperimentazione, la localizzazione, la costruzione e l’esercizio dei nuovi impianti, ma anche per la disattivazione delle installazioni esistenti, la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi.
C’è poi il capitolo della sicurezza. La legge prevede il riordino delle competenze in materia di sicurezza, vigilanza e controllo e contempla anche la possibilità di istituire un’autorità amministrativa indipendente per la sicurezza nucleare.
Il Governo avrà dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti legislativi previsti dalla delega.
Questo significa che il 2026 non è l’anno in cui riparte la produzione elettrica nucleare italiana. È l’anno in cui viene ricostruito il quadro giuridico necessario per poterlo fare.
IL PUNTO
Legge approvata ≠ centrale autorizzata.
Il Parlamento ha approvato la cornice normativa. Restano da definire con i decreti attuativi le regole concrete su tecnologie, autorizzazioni, localizzazione, sicurezza, combustibile e rifiuti.
E le prime centrali? La data indicata è il 2033-2034
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il 2033-2034 come possibile orizzonte per le prime centrali nucleari italiane. È però una previsione politica e industriale, non una scadenza fissata dalla legge.
Tra l’approvazione della legge e l’entrata in funzione di un reattore ci sono infatti numerosi passaggi: definizione delle norme, scelta delle tecnologie, individuazione dei siti, valutazioni e autorizzazioni, progettazione, costruzione, collaudi e autorizzazione all’esercizio.
La distanza temporale è quindi importante per capire la notizia: non si tratta di una centrale che inizierà a produrre energia nel 2033 perché oggi è già stata autorizzata. Il 2033-2034 rappresenta l’orizzonte indicato dal Governo per arrivare alle prime installazioni operative, se il percorso procederà secondo le previsioni.
Non solo grandi centrali: il Governo guarda anche agli SMR
Una delle parole chiave del nuovo programma nucleare è SMR, acronimo di Small Modular Reactor, cioè reattori modulari di piccola taglia.
Il concetto è diverso da quello delle grandi centrali nucleari costruite nel secolo scorso. Gli SMR sono progettati per avere dimensioni inferiori e una maggiore standardizzazione dei componenti, con l’obiettivo di rendere più modulare la costruzione degli impianti.
La legge delega prende in considerazione le tecnologie nucleari di nuova generazione, insieme alla ricerca e allo sviluppo nel settore della fissione e della fusione. Il programma nazionale previsto dal provvedimento riguarda inoltre la possibilità di utilizzare l’energia nucleare non soltanto per produrre elettricità, ma anche per altri impieghi, compresi idrogeno e calore.
Ma anche qui è necessario distinguere tecnologia prevista dalla normativa e tecnologia già disponibile commercialmente in Italia. L’inserimento degli SMR nella strategia nazionale non significa che un determinato modello sia già stato scelto per una futura centrale italiana.
La domanda più delicata: dove saranno costruite?
È probabilmente uno dei passaggi che susciteranno maggiore attenzione nei prossimi anni.
La legge delega prevede infatti che vengano disciplinate anche la localizzazione e le procedure per la realizzazione dei nuovi impianti. Prima di sapere dove sorgeranno le eventuali centrali bisognerà quindi costruire un procedimento che stabilisca criteri tecnici, ambientali, di sicurezza e territoriali.
Non esiste oggi, sulla base del provvedimento appena approvato, un elenco definitivo di città o Regioni destinate a ospitare nuove centrali.
La scelta di un sito nucleare non riguarda infatti soltanto la disponibilità di terreno. Entrano in gioco caratteristiche geologiche e sismiche, disponibilità e gestione delle risorse idriche, infrastrutture, collegamenti alla rete elettrica, sicurezza e distanza dagli insediamenti, oltre alle procedure autorizzative e al rapporto con le comunità locali.
La legge prevede anche misure di promozione e valorizzazione dei territori interessati, segnalando che la dimensione territoriale sarà parte integrante del nuovo sistema normativo.
Prima delle nuove centrali c’è un’altra questione: le vecchie scorie
C’è un paradosso solo apparente nel dibattito sul ritorno al nucleare: l’Italia sta ancora gestendo i rifiuti prodotti dalle centrali che hanno smesso di funzionare decenni fa.
Il nostro Paese ha avuto quattro centrali nucleari principali — Trino, Caorso, Latina e Garigliano — oggi sottoposte a processi di decommissioning. Sogin gestisce inoltre diversi impianti legati al ciclo del combustibile e strutture di ricerca.
Il tema dei rifiuti non riguarda quindi soltanto eventuali nuove centrali.
Sogin stima attualmente in circa 98mila metri cubi il quantitativo complessivo di rifiuti radioattivi destinato al futuro Deposito Nazionale: circa 84mila metri cubi di rifiuti a molto bassa e bassa attività e circa 14mila metri cubi a media e alta attività.
Il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico dovrebbe diventare l’infrastruttura destinata alla gestione in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia. Per i rifiuti a molto bassa e bassa attività è prevista la sistemazione definitiva; quelli a media e alta attività saranno invece stoccati temporaneamente in attesa della destinazione definitiva in un deposito geologico profondo.
La localizzazione del Deposito Nazionale segue già un percorso specifico. Nel dicembre 2023 il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato l’elenco delle aree presenti nella proposta di Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI). La procedura prevede poi valutazioni tecniche, Valutazione Ambientale Strategica e una fase di concertazione con Regioni ed enti locali.
Questo è un punto fondamentale anche per capire il futuro nucleare italiano: il ciclo dell’atomo non finisce quando un reattore produce elettricità.
Quanto dura il ciclo di una centrale?
Una centrale nucleare non è soltanto un edificio con un reattore.
Il ciclo comprende la produzione e gestione del combustibile, il funzionamento dell’impianto, la gestione dei materiali radioattivi, lo stoccaggio dei rifiuti e, alla fine della vita dell’impianto, il decommissioning.
È proprio per questo che la nuova legge delega parla di intero ciclo di vita degli impianti. La disciplina dovrà coprire non solo costruzione ed esercizio, ma anche disattivazione, smantellamento e gestione dei materiali e dei rifiuti.
In altre parole, la domanda non è soltanto: quanto tempo serve per costruire una centrale?
È anche: che cosa succede alla centrale quando smette di funzionare?
23 settembre 2026 — approvazione definitiva al Senato
81 sì, 51 no, 7 astensioni — risultato del voto
12 mesi — periodo previsto per l’adozione dei decreti legislativi della delega
2033-2034 — orizzonte indicato dal ministro Pichetto per le prime centrali
98.000 m³ — stima complessiva dei rifiuti radioattivi destinati al Deposito Nazionale
4 — le principali centrali nucleari italiane storiche oggi in decommissioning: Trino, Caorso, Latina e Garigliano.
Nucleare e clima: perché è tornato al centro della discussione
Il provvedimento inserisce il nucleare nel quadro della strategia nazionale per la neutralità climatica, insieme alle altre fonti energetiche.
La questione climatica è centrale perché la produzione elettrica nucleare non avviene attraverso la combustione di carbone, petrolio o gas e quindi non produce emissioni dirette di CO₂ durante il processo di fissione.
Questo non significa però che una centrale nucleare abbia un impatto ambientale nullo. Per valutare una tecnologia energetica bisogna considerare l’intero ciclo di vita: costruzione dell’impianto, estrazione e lavorazione del combustibile, infrastrutture, gestione dei rifiuti e fase di smantellamento.
Il confronto energetico, quindi, non può essere ridotto alla sola domanda “nucleare sì o no”, ma riguarda quale combinazione di tecnologie possa garantire contemporaneamente sicurezza energetica, riduzione delle emissioni, affidabilità della rete, costi sostenibili e gestione dei materiali di scarto.
La fusione è un’altra cosa
Nel testo compare anche la fusione nucleare, ma bisogna evitare di confonderla con la fissione utilizzata nelle centrali nucleari attuali.
Le centrali a fissione producono energia dividendo nuclei atomici pesanti, come l’uranio. La fusione, invece, mira a ottenere energia dalla combinazione di nuclei leggeri, attraverso processi simili a quelli che alimentano le stelle.
La legge delega include ricerca, sviluppo e utilizzo dell’energia da fusione anche sotto il profilo regolatorio. Ma la fusione non è la tecnologia che il ministro indica come base per le prime centrali previste nell’orizzonte 2033-2034: il dibattito sul ritorno del nucleare riguarda soprattutto la fissione di nuova generazione, compresi i reattori modulari.
La vera partita comincia adesso
Il voto del Senato chiude il percorso parlamentare della legge delega, ma apre una fase molto più lunga.
Nei prossimi mesi bisognerà capire quali tecnologie verranno considerate, quali saranno i criteri per individuare i siti, come verranno organizzate le autorizzazioni, quale sarà il sistema di sicurezza e soprattutto come verrà integrato il nuovo programma con la gestione dei rifiuti radioattivi già esistenti.
Il 2033-2034 indicato dal ministro Pichetto è dunque un possibile punto di arrivo, non il prossimo appuntamento sul calendario.
Prima di vedere una nuova centrale italiana produrre elettricità dovranno essere costruiti tutti i pezzi del sistema.
E la domanda più interessante, da questo punto di vista, non è soltanto “quando tornerà il nucleare?”.
È: quanto tempo servirà per costruire tutto ciò che viene prima della centrale?
