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Haemophilus influenzae, i casi tornano a salire in Europa: oltre 5.800 infezioni invasive

Il nuovo rapporto ECDC fotografa il livello più alto dall’inizio della sorveglianza europea. In Italia i casi sono passati da 315 a 339. Il batterio può provocare polmonite, setticemia e meningite. A rischio soprattutto i bambini nei primi mesi di vita e gli over 65

Non è l’influenza stagionale e il nome può trarre in inganno. Haemophilus influenzae è un batterio, non un virus, e alcune sue forme possono provocare infezioni invasive molto gravi. In Europa, dopo il calo registrato durante gli anni della pandemia, i casi sono tornati a crescere e nel 2024 hanno raggiunto il livello più alto dall’inizio della sorveglianza continentale.

Secondo l’ultimo rapporto dell’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control), nei 30 Paesi dell’Ue/See sono state registrate 5.856 infezioni invasive confermate nel 2024, contro le 5.520 del 2023 e le 4.002 del 2022. Il dato è particolarmente significativo perché supera nettamente anche i livelli precedenti alla pandemia: tra il 2013 e il 2018 i casi annuali erano compresi fra 2.593 e 3.849.

Che cos’è l’Haemophilus influenzae e perché può essere pericoloso

L’Haemophilus influenzae può colonizzare le vie respiratorie e, in determinate circostanze, provocare infezioni invasive, cioè infezioni nelle quali il batterio raggiunge normalmente distretti dell’organismo che dovrebbero essere sterili.

Tra le manifestazioni più importanti ci sono polmonite, setticemia e meningite, oltre a forme meno frequenti come epiglottite, artrite settica e osteomielite.

Il batterio si trasmette attraverso le goccioline respiratorie e le secrezioni delle vie respiratorie. L’uomo rappresenta il suo unico serbatoio conosciuto.

Il punto importante è che non tutti i ceppi sono uguali. Esistono forme capsulate, tra cui il celebre tipo b (Hib), e ceppi non capsulati, che oggi rappresentano la maggior parte delle infezioni invasive rilevate in Europa.

Il dato che preoccupa: 2024 anno record

Il 2024 segna un vero cambio di scala rispetto agli anni della pandemia.

I casi erano scesi drasticamente nel 2020 e nel 2021, quando le misure adottate contro il Covid-19 avevano ridotto anche la circolazione di numerosi agenti respiratori. Con la ripresa dei normali modelli di trasmissione, però, le infezioni da H. influenzae sono progressivamente tornate a crescere.

Nel 2024 il tasso di notifica europeo ha raggiunto 1,3 casi ogni 100mila abitanti, il valore più alto degli ultimi cinque anni. L’ECDC sottolinea inoltre che il numero complessivo di casi è il più elevato registrato dall’avvio della sorveglianza europea nel 1996.

Non si tratta quindi semplicemente di un piccolo rimbalzo dopo la pandemia: il dato del 2024 supera anche i livelli osservati negli anni immediatamente precedenti al Covid.

In Italia 339 casi: erano 315 nel 2023

Anche l’Italia segue la tendenza europea, seppure con valori inferiori alla media continentale.

Nel 2024 sono stati notificati 339 casi di malattia invasiva da Haemophilus influenzae, contro i 315 del 2023 e i 191 del 2022. Il tasso di notifica è passato da 0,5 a 0,6 casi per 100mila abitanti.

Il dato italiano resta quindi al di sotto dell’1,3 per 100mila registrato complessivamente nell’Ue/See.

Il quadro cambia sensibilmente da Paese a Paese. I tassi più elevati nel 2024 sono stati osservati in Svezia (2,4 per 100mila), Danimarca (2,2), Germania (2,0) e Paesi Bassi (1,9). Francia, Germania e Spagna, da sole, hanno concentrato circa il 60% dei casi europei.

Bambini piccolissimi e anziani: le due fasce più vulnerabili

L’andamento per età è particolarmente interessante.

Il tasso di notifica più elevato è stato registrato nei bambini sotto l’anno di età: 6,8 casi ogni 100mila abitanti. Subito dopo vengono gli adulti con almeno 65 anni, con 3,6 casi per 100mila.

Gli over 65 rappresentano inoltre quasi il 59% di tutti i casi segnalati. Si tratta quindi di una malattia che presenta un andamento fortemente concentrato agli estremi della vita: molto alta nei primi mesi e poi nuovamente in crescita con l’avanzare dell’età.

È un elemento importante anche per leggere correttamente il dato europeo: l’aumento dei casi non riguarda indistintamente tutta la popolazione, ma interessa in modo particolare alcune fasce vulnerabili.

Non c’è solo l’Hib: oggi dominano i ceppi non capsulati

Ed è forse uno degli aspetti più interessanti del rapporto ECDC.

Quando si parla di Haemophilus influenzae, infatti, si pensa spesso al tipo b (Hib), contro il quale esiste un vaccino utilizzato da decenni.

Ma oggi il panorama è cambiato.

Nel 2024 il sierotipo era noto per il 55% dei casi. Tra questi, l’82% era costituito da ceppi non capsulati, mentre il sierotipo b rappresentava il 6%, con 191 casi. Il sierotipo f era responsabile del 5,7%, pari a 183 casi.

Questo significa che l’aumento delle infezioni invasive non può essere letto semplicemente come un ritorno della malattia da Hib.

La vaccinazione ha infatti modificato profondamente l’epidemiologia dell’infezione.

Il vaccino Hib ha cambiato la storia della malattia

L’introduzione della vaccinazione contro il tipo b ha avuto un impatto enorme soprattutto sulla meningite nei bambini piccoli.

Nel 2024 la copertura mediana nell’Ue/See per la terza dose del vaccino Hib è stata del 94%. La quota relativamente bassa di infezioni attribuite al sierotipo b, secondo l’ECDC, continua a riflettere l’effetto dei programmi vaccinali.

Il dato, però, non significa che il problema sia stato eliminato.

La maggioranza delle infezioni invasive oggi è associata a ceppi non capsulati, contro i quali la vaccinazione Hib non offre la stessa protezione specifica. L’ECDC segnala proprio la continua espansione di questi ceppi nel contesto delle popolazioni sottoposte a vaccinazione universale contro Hib.

Polmonite, setticemia e meningite: come si manifesta

Quando l’infezione diventa invasiva, le conseguenze possono essere importanti.

Tra i casi per i quali nel 2024 era disponibile l’informazione clinica, la manifestazione più frequente è stata la polmonite, nel 36% dei casi. Seguono la setticemia, nel 21%, e la meningite, nell’11%.

Non sono quindi soltanto le forme neurologiche a rappresentare il problema. L’infezione può colpire diversi organi e determinare quadri clinici severi, soprattutto nelle persone più fragili.

Nel 2024 registrati 269 decessi

Il dato sulla gravità emerge anche dagli esiti.

Tra i 3.198 casi europei per i quali era disponibile l’informazione sull’esito, l’ECDC ha registrato 269 decessi, pari a una letalità dell’8,4%.

Il dato cresce ulteriormente negli over 65: in questa fascia sono stati registrati 218 decessi su 1.904 casi con esito noto, corrispondenti a una letalità dell’11,4%.

Va sottolineato che il calcolo riguarda esclusivamente i casi per i quali l’esito era disponibile e non può quindi essere automaticamente esteso all’intera popolazione dei casi notificati.

Perché la sorveglianza resta fondamentale

L’aumento dei casi europei pone quindi una questione che va oltre il semplice conteggio annuale.

L’ECDC segnala la necessità di mantenere elevate coperture vaccinali contro Hib, ma anche di rafforzare la sorveglianza microbiologica e dei sierotipi, proprio perché oggi la maggior parte delle infezioni invasive riguarda ceppi non capsulati.

Il ritorno dei normali modelli di trasmissione dopo la pandemia, l’invecchiamento della popolazione e i cambiamenti nella distribuzione dei ceppi possono contribuire a modificare il quadro epidemiologico.

Per questo il dato del 2024 va letto soprattutto come un segnale da monitorare: l’Haemophilus influenzae non è scomparso con la vaccinazione contro Hib e le infezioni invasive stanno tornando a livelli elevati in Europa.

In Italia, i 339 casi registrati nel 2024 confermano una crescita rispetto agli anni precedenti, anche se il tasso nazionale rimane sotto quello medio europeo. La sorveglianza dei casi e dei sierotipi, insieme alla protezione vaccinale contro Hib, resta quindi uno degli strumenti centrali per capire come evolverà la situazione.

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