Il nuovo documento di posizione dell’Associazione Isde analizza gli effetti dei conflitti su salute, clima ed ecosistemi. Dalla distruzione degli ospedali alle emissioni militari, le conseguenze possono durare per anni e colpire anche le generazioni successive
La guerra non si misura soltanto in morti sul campo di battaglia. Quando iniziano i combattimenti, infatti, a essere colpita è l’intera infrastruttura che sostiene la salute di una popolazione: ospedali, acqua potabile, reti elettriche, sistemi di approvvigionamento alimentare, abitazioni, scuole. E anche quando le armi tacciono, gli effetti possono continuare per anni attraverso malattie, traumi psicologici, contaminazione ambientale, povertà e migrazioni forzate.
È da questa prospettiva che ISDE Italia – Associazione Medici per l’Ambiente affronta il tema della guerra nel nuovo documento di posizione “La prevenzione della guerra è prevenzione primaria dei danni alla salute”.
L’idea di fondo è precisa: la prevenzione dei conflitti può essere considerata anche una forma di prevenzione sanitaria, perché ridurre il rischio di guerra significa evitare una vasta gamma di conseguenze sulla salute individuale e collettiva.
Cosa succede alla salute quando scoppia una guerra
Il primo effetto è naturalmente quello delle vittime provocate direttamente dalle armi. Ma è soltanto una parte del problema.
Un conflitto può distruggere o rendere inaccessibili ospedali e ambulatori, interrompere le campagne vaccinali, impedire alle persone di ricevere farmaci e cure per patologie croniche e rendere molto più difficile assistere donne in gravidanza, bambini, anziani e persone fragili.
A questo si aggiungono malnutrizione, epidemie, traumi fisici e psicologici, condizioni igienico-sanitarie precarie e spostamenti forzati della popolazione.
La conseguenza è che il bilancio sanitario di una guerra non coincide con quello delle persone uccise o ferite durante i combattimenti. Una parte dei danni emerge nel tempo, anche a distanza di anni, e può interessare intere comunità.
Particolarmente rilevanti sono gli effetti sulla salute mentale. Violenza, perdita della casa, separazione dai familiari, lutti e permanenza in condizioni di pericolo possono lasciare conseguenze psicologiche profonde, soprattutto nei bambini e negli adolescenti.
Dalle bombe alle macerie: anche l’ambiente entra nel bilancio della guerra
C’è poi un altro fronte, meno immediato ma altrettanto importante: quello ambientale.
I conflitti possono contaminare aria, acqua e suolo, danneggiare ecosistemi e biodiversità e generare grandi quantità di macerie e rifiuti potenzialmente pericolosi. La distruzione di impianti industriali, infrastrutture energetiche e sistemi di trattamento delle acque può aggiungere ulteriori rischi per la popolazione.
Il problema non si esaurisce con la fine dei combattimenti. Alcuni contaminanti possono rimanere nell’ambiente per periodi molto lunghi, rendendo più complessa la bonifica dei territori e aumentando l’esposizione delle popolazioni.
Per ISDE, quindi, salute umana e salute degli ecosistemi devono essere considerate insieme quando si analizzano gli effetti di un conflitto.
Quanto pesa la guerra sul clima?
C’è poi la questione delle emissioni.
Le forze armate consumano enormi quantità di energia e combustibili fossili. A queste emissioni si aggiungono quelle generate dalle operazioni militari, dalla distruzione delle infrastrutture e, successivamente, dalla loro ricostruzione.
Il documento richiama una stima elaborata dal Conflict and Environment Observatory insieme a Scientists for Global Responsibility, secondo cui l’insieme delle forze armate mondiali e delle relative filiere avrebbe un’impronta pari a circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra.
È un dato che richiede però una precisazione importante: si tratta della stima dell’impronta complessiva del settore militare e delle sue filiere, non delle sole guerre attualmente in corso. Inoltre, secondo quanto evidenziato da ISDE, il calcolo non riesce a comprendere pienamente tutte le emissioni associate ai combattimenti, alla distruzione e alla successiva ricostruzione.
Proprio per questo l’associazione chiede maggiore trasparenza e sistemi di rendicontazione pubblica e comparabile delle emissioni delle attività militari, includendo, per quanto possibile sul piano scientifico, anche quelle legate ai conflitti.
La sicurezza non è soltanto militare
Il documento introduce quindi un concetto più ampio di sicurezza.
Secondo ISDE, proteggere una popolazione non significa occuparsi esclusivamente della minaccia militare. Sicurezza significa anche poter contare su sistemi sanitari funzionanti, acqua e cibo disponibili, ambiente salubre, stabilità sociale e protezione dalle conseguenze della crisi climatica.
Da questa impostazione nasce la richiesta di rafforzare diplomazia preventiva, mediazione, cooperazione internazionale, controllo degli armamenti, non proliferazione e disarmo.
L’associazione precisa però che questa impostazione non mette in discussione il diritto alla difesa individuale e collettiva riconosciuto dal diritto internazionale, né il dovere delle istituzioni di proteggere le popolazioni dalle aggressioni.
Il punto, per ISDE, è affiancare agli strumenti di difesa una maggiore capacità di prevenire i conflitti e di interromperne l’escalation.
“Aggressione e resistenza non sono equivalenti”
È uno dei passaggi più espliciti del documento.
ISDE distingue infatti tra chi subisce un’aggressione e chi resiste ad essa, richiamando i diritti riconosciuti alle popolazioni dal diritto internazionale. La resistenza, osserva l’associazione, può assumere forme civili e nonviolente e, nelle condizioni previste dal diritto internazionale, anche forme di difesa armata.
Allo stesso tempo, il documento insiste sulla necessità di evitare che l’escalation militare venga considerata l’unica risposta possibile.
La priorità indicata è la protezione delle persone che non partecipano alle ostilità e, in particolare, di bambini, malati, feriti, operatori sanitari e personale umanitario, oltre che delle strutture sanitarie e delle infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza delle popolazioni.
Il disarmo entra nell’agenda della salute
Una parte significativa del documento è dedicata al disarmo nucleare e al controllo degli armamenti.
Ma l’orizzonte proposto da ISDE è più ampio e comprende anche quelle che vengono definite minacce alla sicurezza umana: crisi climatica, pandemie, insicurezza alimentare e idrica, povertà, disuguaglianze e degrado degli ecosistemi.
Il presupposto è che queste emergenze non siano compartimenti stagni. Al contrario, possono alimentarsi reciprocamente e aumentare la vulnerabilità delle popolazioni, soprattutto nei contesti già caratterizzati da fragilità economica, sociale e sanitaria.
Quanto costa una politica militare alla salute pubblica?
Tra le proposte avanzate da ISDE c’è anche quella di rendere più evidente il costo-opportunità delle scelte di spesa pubblica.
L’associazione chiede che gli impatti sanitari, ambientali, climatici e sociali delle politiche militari vengano valutati e resi pubblici. E propone di mettere a confronto queste conseguenze con gli investimenti destinati a salute, istruzione, ricerca, riduzione delle disuguaglianze e contrasto alla crisi climatica.
Non si tratta soltanto, quindi, di contabilizzare quanto costa una determinata politica in termini economici. L’obiettivo indicato nel documento è valutare anche quali conseguenze può produrre sulla salute e sull’ambiente e quali risorse alternative potrebbero essere destinate alla prevenzione.
ISDE chiede inoltre maggiore trasparenza nei rapporti tra decisori pubblici e industria degli armamenti e una tutela effettiva dell’obiezione di coscienza secondo gli standard internazionali.
Medici e ricercatori: non solo curare, ma documentare
Il documento chiama direttamente in causa anche il mondo della medicina.
Per ISDE, il ruolo dei professionisti sanitari non può limitarsi alla cura delle persone colpite dalla guerra. Medici, ricercatori e istituzioni sanitarie possono contribuire anche a misurare e rendere visibili gli effetti dei conflitti, fornendo dati utili alla prevenzione.
Da qui la proposta di creare sistemi indipendenti di sorveglianza capaci di monitorare, nei territori colpiti, indicatori come mortalità, malattie, salute mentale, salute materno-infantile, funzionamento dei sistemi sanitari e condizioni ambientali.
Una raccolta sistematica di questi dati consentirebbe di comprendere meglio non soltanto il numero delle vittime immediate, ma anche il danno sanitario complessivo prodotto da un conflitto nel medio e lungo periodo.
La guerra come problema di prevenzione
È questo, in definitiva, il cambio di prospettiva proposto da ISDE.
Se una guerra produce morte, malattia, contaminazione, distruzione delle strutture sanitarie, peggioramento delle condizioni ambientali e nuove disuguaglianze, allora intervenire prima che il conflitto esploda significa agire sulle cause di una parte di questi danni.
Da qui il messaggio conclusivo del documento: la guerra non è una calamità naturale. È il risultato di decisioni, tensioni e processi umani e, proprio per questo, può essere oggetto di prevenzione.
Per ISDE, pace, prevenzione dei conflitti, tutela dell’ambiente, contrasto alla crisi climatica, disarmo, sicurezza umana e libertà di coscienza diventano così temi che possono essere letti anche attraverso la lente della prevenzione primaria.
Non soltanto una questione di politica internazionale, dunque, ma anche una questione di salute pubblica.
