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La guerra in Iran è anche un disastro ambientale: petrolio quadruplicato nel Golfo e pioggia nera su Teheran

Mentre il conflitto in Medio Oriente tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nel suo settimo mese, sta emergendo con sempre più chiarezza un secondo fronte di danno, meno raccontato di quello militare ma potenzialmente altrettanto duraturo: quello ambientale. A darne conto è un’inchiesta dell’agenzia Associated Press, ripresa negli Stati Uniti da testate come USA Today e The Boston Globe, che ha raccolto le testimonianze di scienziati e osservatori indipendenti sul terreno.

I dati che arrivano da osservatori satellitari e organizzazioni indipendenti descrivono un quadro preciso, non un’ipotesi generica — e riguarda una delle aree ecologicamente più fragili del pianeta.

Il dato che dà la misura del problema: il petrolio nel Golfo

Secondo un’analisi dell’University of South Florida College of Marine Science, basata su osservazione satellitare, gli sversamenti di petrolio nel Golfo Persico coprono oggi un’area fino a quattro volte più estesa rispetto a un anno fa, prima dell’inizio della guerra. Non si tratta di un singolo incidente isolato, ma di un incremento sistemico, coerente con mesi di attacchi a petroliere, depositi costieri e infrastrutture energetiche nella regione. Un quadro confermato anche da Fox News, che ha citato immagini satellitari Copernicus Sentinel (diffuse da Reuters) su un sospetto sversamento nei pressi di Kharg Island, il principale hub di esportazione petrolifera iraniano.

Il Golfo Persico non era un ecosistema in salute nemmeno prima del conflitto. Le sue barriere coralline e le foreste di mangrovie sopravvivono già a condizioni estreme – è uno dei mari più caldi e salati del mondo – sotto la pressione di decenni di traffico navale intenso e inquinamento industriale. È un dettaglio che aiuta a capire perché questo nuovo shock pesi più di quanto peserebbe altrove.

Kaveh Madani, scienziato iraniano e direttore dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite, descrive la situazione senza mezzi termini: “Tutto il bruciare di giacimenti di petrolio e gas nelle aree costiere, tutte le navi coinvolte, le petroliere incendiate o affondate — tutto questo significa inquinamento”. E aggiunge, parlando della propria esperienza diretta nella regione: “Per qualcuno come me, che ha lottato per la sostenibilità e la protezione ambientale in quella regione, è come tornare indietro di molti anni”.

Oltre 400 episodi già documentati

Quantificare con precisione i danni di una guerra in corso è, per sua natura, un’impresa complicata. Lo conferma Doug Weir, direttore del CEOBS (Conflict and Environment Observatory), organizzazione britannica indipendente che monitora da anni i danni ambientali dei conflitti armati nel mondo tramite osservazione satellitare e intelligence open-source. Nonostante le difficoltà (comprese le interruzioni di internet in Iran, che rallentano la raccolta di informazioni) il CEOBS ha già catalogato oltre 400 incidenti ambientalmente rilevanti legati a questo conflitto.

💡 Lo sapevi?

Il CEOBS, l’organizzazione che monitora i danni ambientali di questo conflitto, utilizza osservazione satellitare e intelligence open-source per documentare gli incidenti: una metodologia nata per superare un problema tipico delle zone di guerra: l’impossibilità di inviare team sul campo per rilevazioni dirette mentre i combattimenti sono ancora in corso.

L’episodio che ha reso visibile il problema: la pioggia nera su Teheran

Tra le immagini più citate di questi mesi c’è quella di un episodio avvenuto nella capitale iraniana: dopo un attacco aereo su depositi di carburante e una raffineria, fuliggine, cenere e sostanze chimiche tossiche si sono mescolate con l’umidità atmosferica, ricadendo al suolo sotto forma di pioggia nera e acida, al punto da spingere le autorità a raccomandare di restare in casa. Gli esperti citati dall’agenzia AP spiegano che il particolato più fine di questo tipo aumenta il rischio di problemi polmonari e cardiaci, mentre le sostanze chimiche comportano rischi di cancro a lungo termine, e i metalli pesanti presenti nelle ricadute possono contaminare suolo e falde acquifere.

Il rischio più concreto per i prossimi mesi: l’acqua potabile

Nella regione del Golfo, arida per natura, centinaia di impianti di desalinizzazione garantiscono l’accesso all’acqua potabile a milioni di persone. È qui che Weir individua uno dei rischi più seri per la fase attuale del conflitto: il petrolio disperso da navi affondate o altre fonti potrebbe intasare questi impianti, oppure gli impianti stessi potrebbero essere messi fuori uso da attacchi alle centrali elettriche che li alimentano. Come sottolinea Madani, che ha vissuto in prima persona le difficoltà di accesso all’acqua pulita nella regione anche in tempo di pace: “Qualsiasi danno alle infrastrutture idriche può avere conseguenze durature”.

Non solo petrolio: rischio nucleare ed effetto a catena globale

Tra i fattori di rischio più delicati, gli esperti citano anche i possibili attacchi a siti nucleari di varia scala presenti nella regione, capaci di provocare danni sanitari e ambientali sia immediati – danni cutanei, malattia da radiazioni – sia a lungo termine, incluso un aumento del rischio di tumori, patologie cardiache e danni genetici.

C’è infine un effetto meno visibile ma su scala globale, legato indirettamente al conflitto: la carenza di petrolio causata dalla guerra sta spingendo alcuni paesi a tornare a usare più carbone, un combustibile che genera più inquinamento atmosferico e maggiori emissioni di gas serra: un promemoria di come le conseguenze ambientali di questa guerra non restino confinate alla sola regione del Golfo. Anche Al Jazeera, ricostruendo gli attacchi del comando militare USA CENTCOM contro petroliere iraniane nei pressi di Kharg Island, Jask e nel Golfo dell’Oman, ha sottolineato come lo Stretto di Hormuz sia diventato un “potenziale focolaio ambientale”, capace di contaminare coste, zone di pesca ed ecosistemi marini fragili ben oltre il punto preciso di ogni singolo attacco.

Un precedente che aiuta a capire la posta in gioco

Vale la pena ricordare che il Golfo Persico porta ancora oggi le tracce ambientali della Guerra del Golfo del 1991, quando le forze irachene in ritirata provocarono uno dei più grandi sversamenti di petrolio della storia. A oltre trent’anni di distanza, alcune aree costiere non hanno ancora recuperato completamente — un dato che dà la misura di quanto possano essere lunghi i tempi di recupero da un danno di questo tipo, ben oltre la fine dei combattimenti.

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