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Crisi climatica, la richiesta all’OMS: «Dichiaratela emergenza sanitaria internazionale»

Ricercatori internazionali chiedono all’Organizzazione mondiale della sanità di dichiarare il cambiamento climatico una Public Health Emergency of International Concern. Ondate di calore, incendi, alluvioni e siccità stanno già aumentando i rischi per salute, sistemi sanitari e popolazioni vulnerabili

La crisi climatica non è soltanto una questione ambientale. È sempre più anche una questione di salute pubblica. E ora un gruppo di ricercatori internazionali chiede all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) di riconoscerlo formalmente, dichiarando il cambiamento climatico una Public Health Emergency of International Concern (PHEIC), cioè un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale.

La proposta arriva da ricercatori di Wits Planetary Health Research della University of the Witwatersrand e di istituzioni partner internazionali ed è stata formalizzata in una lettera pubblicata su The Lancet. Secondo gli autori, gli effetti sanitari della crisi climatica hanno ormai raggiunto una scala tale da richiedere una risposta internazionale coordinata.

Dal caldo estremo alle malattie: perché il clima è diventato un problema sanitario

Il legame tra cambiamento climatico e salute è ormai ampio e documentato. L’aumento delle temperature e la maggiore frequenza o intensità di alcuni eventi estremi possono tradursi in un incremento di malattie e decessi legati al caldo, ma anche in nuovi rischi per la sicurezza alimentare e idrica, nella diffusione di alcune malattie infettive e in conseguenze sulla salute mentale.

Ondate di calore, alluvioni, incendi e siccità possono inoltre danneggiare infrastrutture, interrompere l’assistenza sanitaria e aggravare le condizioni di chi è già più fragile.

Secondo i ricercatori, il problema non riguarda quindi soltanto l’entità dei singoli eventi estremi, ma la loro capacità di mettere contemporaneamente sotto pressione popolazioni e sistemi sanitari. A essere maggiormente esposti sono soprattutto anziani, bambini, donne in gravidanza, persone con patologie croniche e comunità con minori risorse economiche e infrastrutturali.

Il nuovo allarme arriva mentre il caldo continua a pesare sulla mortalità

La richiesta all’OMS arriva in un momento particolarmente delicato. Un’analisi del Climate Impact Lab, pubblicata a settembre, stima che il fenomeno di El Niño in corso potrebbe essere associato a circa 451 mila decessi aggiuntivi legati al caldo tra giugno 2026 e febbraio 2027, rispetto a quanto atteso in un anno medio.

Si tratta di una proiezione, non di un conteggio di vittime già avvenute. Il modello confronta le temperature previste con la media del periodo 1996-2025 e applica stime della relazione tra temperatura e mortalità in 24.378 aree geografiche. Il Climate Impact Lab sottolinea inoltre che l’impatto potrebbe proseguire oltre febbraio 2027.

La stessa analisi stima che, nei sei mesi considerati più recenti, circa 239 mila decessi aggiuntivi siano associati al caldo, con un margine di incertezza statistica. Le aree maggiormente esposte comprendono soprattutto il Sahel, il Sud-Est asiatico, l’India e il Brasile.

Il dato aiuta a comprendere perché il dibattito sul clima stia assumendo sempre più i contorni di un problema sanitario: il rischio non si misura soltanto in gradi Celsius, ma anche in vite, ricoveri, malattie e capacità dei sistemi sanitari di rispondere agli shock.

Che cosa significa dichiarare una PHEIC

La sigla PHEIC indica una Public Health Emergency of International Concern, una delle principali categorie di emergenza previste dal sistema internazionale di risposta alle minacce sanitarie.

Nel quadro degli International Health Regulations, la valutazione di una possibile emergenza internazionale considera, tra gli elementi previsti, la gravità dell’impatto sulla salute pubblica, la natura insolita o inattesa dell’evento, il rischio di diffusione internazionale e la possibile interferenza con traffici e viaggi internazionali. Il processo non equivale quindi semplicemente a definire una situazione «grave»: comporta l’attivazione di un meccanismo internazionale di coordinamento.

È proprio questo meccanismo che i ricercatori ritengono possa essere utilizzato anche per affrontare la dimensione sanitaria della crisi climatica.

L’obiettivo non sarebbe sostituire la politica climatica

Gli autori della lettera precisano che una eventuale dichiarazione dell’OMS non dovrebbe sostituire il sistema internazionale di negoziati sul clima, ma affiancarlo.

L’idea è spostare con maggiore decisione il tema della salute al centro della risposta alla crisi climatica: rafforzare sorveglianza epidemiologica e sistemi sanitari, migliorare la preparazione alle emergenze, mobilitare risorse e sostenere maggiormente le popolazioni più esposte.

Una PHEIC, sostengono i ricercatori, potrebbe inoltre consentire all’OMS di formulare raccomandazioni a tempo e di favorire una risposta coordinata tra Stati, mantenendo il cambiamento climatico dentro il quadro della salute pubblica internazionale.

L’OMS sta già rafforzando il fronte clima-salute

La richiesta arriva mentre l’OMS sta intensificando le proprie attività sul rapporto tra clima e salute.

A settembre l’Organizzazione ha pubblicato nuove indicazioni per prevenire le malattie legate al caldo durante i grandi eventi, sottolineando che il caldo estremo rappresenta un rischio crescente sia per la salute sia per la continuità operativa dei servizi.

Ad agosto, inoltre, l’OMS ha lanciato un programma globale di ricerca dedicato al rapporto tra clima, migrazioni e salute, con il coinvolgimento di oltre 300 partecipanti provenienti da più di 75 Paesi. Tra le priorità individuate figurano la preparazione alle emergenze climatiche, la salute mentale, la salute materno-infantile, le malattie croniche e la capacità dei sistemi sanitari di garantire assistenza alle popolazioni migranti e sfollate.

Anche sul piano organizzativo, l’OMS ha recentemente rafforzato il tema della resilienza dei sistemi sanitari: a settembre Vanessa Kerry è stata nominata Special Envoy del Direttore generale per la Health Resilience, con un mandato che comprende esplicitamente la capacità dei sistemi sanitari di affrontare le minacce derivanti dal cambiamento climatico.

La domanda adesso è se il clima possa diventare formalmente un’emergenza sanitaria

La proposta dei ricercatori apre quindi una questione istituzionale oltre che scientifica: gli strumenti creati per affrontare le emergenze sanitarie internazionali sono adeguati anche a una minaccia come il cambiamento climatico?

Non è un dibattito completamente nuovo. Già negli anni scorsi diversi esperti avevano sostenuto l’opportunità di riconoscere il cambiamento climatico come emergenza sanitaria internazionale, sottolineando il suo impatto su mortalità, malattie infettive, sistemi sanitari e sicurezza alimentare.

La novità della proposta del 2026 è però il contesto nel quale arriva: mentre temperature estreme ed eventi climatici continuano a produrre conseguenze sanitarie, i ricercatori chiedono di trattare il problema con strumenti e livelli di coordinamento propri delle grandi emergenze di salute pubblica.

Il messaggio è quindi netto: la crisi climatica non riguarda più soltanto il futuro del pianeta. Per una parte crescente della comunità scientifica, riguarda già la capacità dei sistemi sanitari di proteggere le persone nel presente.

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