Testata di GreenBuzz News - Notizie su ambiente e tecnologia

Toscana, 200 ettari per fermare la caccia sui terreni: perché le associazioni chiedono di cambiare le regole

In Toscana si riaccende il confronto sul rapporto tra diritto dei proprietari dei terreni e caccia programmata. Al centro della disputa c’è una soglia precisa: 200 ettari accorpati. È infatti questo il requisito previsto dal regolamento regionale per poter chiedere l’esclusione dei propri fondi dall’attività venatoria programmata.

Una condizione che, secondo ENPA, GRIG, LAC, LAV, Lipu BirdLife Italia, LNDC Animal Protection e WWF Italia, finirebbe per rendere concretamente impraticabile per la maggior parte dei cittadini un diritto previsto dalla normativa nazionale.

Le sette associazioni hanno scritto al presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, chiedendo di intervenire rapidamente sul regolamento regionale e di cancellare la soglia dei 200 ettari. La questione, però, non riguarda soltanto la dimensione dei terreni: nel mirino delle associazioni c’è anche il modo in cui i cittadini potranno presentare la richiesta alla Regione.

Cosa significa escludere un terreno dalla caccia

Il punto di partenza è la Legge 157 del 1992, la normativa nazionale che disciplina la protezione della fauna selvatica e l’attività venatoria.

La legge prevede, all’articolo 15, comma 3, la possibilità per proprietari o conduttori di fondi di chiedere che i propri terreni siano sottratti alla gestione programmata della caccia, attraverso una specifica procedura amministrativa.

Non significa, quindi, che il proprietario possa semplicemente apporre un cartello e vietare autonomamente qualsiasi attività venatoria sul proprio terreno. Si tratta di un diritto che deve essere esercitato attraverso una richiesta all’amministrazione, secondo le modalità previste dalla normativa.

Ed è proprio qui che si apre il contenzioso: secondo le associazioni, la Toscana avrebbe introdotto condizioni tali da trasformare una possibilità riconosciuta dalla legge nazionale in una facoltà concretamente accessibile soltanto a una porzione molto limitata dei proprietari.

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Caccia, dal 2 settembre preaperture in 15 regioni: è polemica

Perché i 200 ettari sono diventati il punto critico

Il requisito contestato è contenuto nel Regolamento regionale 36/R del 2022, approvato con decreto del presidente della Giunta regionale il 3 novembre 2022.

Per ottenere l’esclusione, secondo la disciplina regionale richiamata dalle associazioni, i terreni devono raggiungere una superficie di almeno 200 ettari accorpati.

Tradotto in termini pratici: non basta essere proprietari o conduttori di un fondo e voler chiedere che venga escluso dalla caccia. La superficie e la sua continuità diventano un elemento determinante per poter ottenere l’accoglimento dell’istanza.

È questa la barriera che le associazioni giudicano sproporzionata. La loro tesi è che una soglia tanto elevata renda il diritto previsto dalla normativa nazionale difficilmente esercitabile dalla maggior parte dei proprietari agricoli e forestali, che normalmente dispongono di superfici molto più contenute.

Il problema, dunque, non è soltanto quantitativo. Secondo le associazioni, una condizione di questo tipo rischia di incidere sulla possibilità stessa di accedere alla procedura.

La questione giuridica: una Regione può restringere così un diritto nazionale?

È il passaggio più delicato della vicenda.

Le associazioni richiamano recenti orientamenti della giustizia amministrativa, secondo i quali le Regioni, nell’attuare la normativa nazionale, non possono introdurre condizioni talmente restrittive da rendere sostanzialmente inaccessibile una facoltà riconosciuta dalla legge statale.

La contestazione non riguarda quindi l’esistenza di una disciplina regionale della caccia, ambito nel quale le Regioni hanno competenze specifiche. Il punto è quanto possa essere restrittiva quella disciplina quando incide sull’esercizio di una facoltà prevista direttamente dalla legge nazionale.

La domanda posta alla Toscana è, in sostanza, questa: un requisito regionale può diventare così selettivo da impedire, nella pratica, alla grande maggioranza degli interessati persino di esercitare il diritto previsto dalla legge?

Le associazioni ritengono di no e chiedono alla Regione di adeguare il proprio regolamento agli orientamenti più recenti della giurisprudenza amministrativa.

Il limite dei 200 ettari non è scritto in una legge regionale

C’è poi un altro elemento sottolineato nella lettera inviata a Giani.

La soglia dei 200 ettari, spiegano le associazioni, non sarebbe fissata da una legge regionale approvata dal Consiglio, ma dal regolamento 36/R del 2022.

La differenza è importante sul piano procedurale. Per modificare una legge regionale sarebbe necessario un intervento legislativo. Per modificare una disposizione contenuta nel regolamento, invece, la strada indicata dalle associazioni è quella di una modifica regolamentare da parte della Giunta regionale.

È anche sulla base di questo elemento che ENPA, GRIG, LAC, LAV, Lipu BirdLife Italia, LNDC Animal Protection e WWF Italia chiedono un intervento rapido, senza attendere un nuovo iter legislativo.

Il caso delle riserve naturali: davvero servono 200 ettari?

Le associazioni mettono in discussione anche la motivazione tecnica che potrebbe essere collegata alla soglia.

Se l’obiettivo del limite fosse garantire che l’esclusione di un’area dalla caccia produca effettivi benefici per la fauna selvatica, sostengono, sarebbe difficile considerare automaticamente inadeguata una superficie inferiore ai 200 ettari.

La loro argomentazione fa riferimento a un dato concreto: in Toscana esistono numerose riserve naturali regionali con superfici inferiori ai 200 ettari.

Il ragionamento proposto è quindi che non esisterebbe una corrispondenza automatica tra la soglia dei 200 ettari e la capacità di un’area di garantire condizioni di tutela della fauna.

Si tratta, tuttavia, di uno degli elementi di contestazione sollevati dalle associazioni e non di una valutazione tecnica indipendente sulla gestione faunistica delle singole aree.

La nuova piattaforma online diventa un altro nodo

La disputa non riguarda soltanto chi ha diritto a chiedere l’esclusione, ma anche come potrà farlo.

La Regione prevede che le domande siano presentate attraverso una piattaforma online. Le associazioni chiedono che il sistema non venga configurato in modo da impedire a monte la presentazione delle istanze da parte di chi non rientra nei requisiti del regolamento contestato.

Il rischio evidenziato nella lettera è quello di una sorta di “preclusione preventiva”: se la piattaforma accettasse automaticamente soltanto le richieste provenienti da proprietari con almeno 200 ettari, il cittadino non potrebbe nemmeno presentare formalmente la propria istanza e chiedere alla pubblica amministrazione di valutarla.

Per questo le associazioni chiedono che siano mantenute anche modalità di presentazione alternative, come la PEC, insieme agli altri strumenti ordinari previsti dalle regole sul procedimento amministrativo.

La questione è apparentemente tecnica, ma ha una conseguenza molto concreta: l’accesso alla procedura non dovrebbe essere sostituito da un filtro informatico che impedisca al cittadino di sottoporre la propria richiesta all’amministrazione.

Cosa chiedono ora le associazioni a Giani

La richiesta indirizzata al presidente della Regione Toscana è articolata ma ha un obiettivo centrale: avviare con urgenza la modifica del Regolamento 36/R/2022.

In particolare, le sette associazioni chiedono:

  • l’eliminazione del requisito dei 200 ettari accorpati;
  • la rimozione di eventuali ulteriori limitazioni ritenute irragionevoli all’esercizio della facoltà prevista dalla Legge 157/1992;
  • procedure che consentano ai cittadini di presentare effettivamente le proprie istanze;
  • la possibilità di utilizzare anche strumenti ordinari come la PEC, oltre alla piattaforma regionale;
  • una valutazione delle richieste che non sia bloccata preventivamente da requisiti informatici o amministrativi.

Il confronto adesso passa quindi alla Regione.

Caccia e proprietà dei terreni: perché la partita è più ampia

Dietro la soglia dei 200 ettari c’è una questione più generale che riguarda l’equilibrio tra gestione pubblica della fauna selvatica, pianificazione dell’attività venatoria e diritti dei proprietari e conduttori dei terreni.

La caccia programmata viene organizzata nell’ambito della pianificazione faunistico-venatoria e non coincide con la libertà del singolo cacciatore di decidere dove esercitare l’attività. All’interno di questo sistema, la normativa prevede anche strumenti attraverso i quali determinati terreni possono essere sottratti alla gestione programmata.

È proprio il rapporto tra questi due interessi che ora torna al centro dell’attenzione in Toscana.

Le associazioni sostengono che il diritto previsto dalla legge nazionale debba essere concretamente esercitabile e che una soglia di 200 ettari finisca per renderlo, nella pratica, accessibile a pochissimi.

La Regione dovrà quindi confrontarsi con una questione che è contemporaneamente amministrativa, giuridica e faunistico-venatoria: stabilire se e come modificare una disciplina regionale che le associazioni considerano eccessivamente restrittiva.

Nel frattempo, ENPA, GRIG, LAC, LAV, Lipu BirdLife Italia, LNDC Animal Protection e WWF Italia hanno annunciato che informeranno i cittadini sulle modalità per presentare le domande, offriranno assistenza agli interessati e seguiranno l’azione della Regione, valutando anche eventuali iniziative legali.

Il prossimo passaggio sarà dunque capire se la Giunta toscana interverrà sul regolamento e, soprattutto, come verrà garantito ai proprietari l’accesso effettivo alla procedura prevista dalla legge nazionale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *