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Super El Niño, la nuova minaccia arriva dal Pacifico: 274 milioni a rischio fame

Il Pacifico si scalda e dall’altra parte del pianeta cambiano le piogge, le temperature e la possibilità di coltivare la terra. È questo il meccanismo che rende El Niño molto più di un semplice fenomeno oceanico. Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, l’evento previsto tra il 2026 e il 2027 potrebbe contribuire a spingere fino a 274 milioni di persone in 45 Paesi verso una condizione di grave insicurezza alimentare.

Il numero impressiona, ma va letto correttamente. Non significa che 274 milioni di persone siano destinate a morire di fame o che il mondo stia andando incontro automaticamente a una nuova carestia globale. Si tratta della popolazione che, nelle aree più vulnerabili, potrebbe trovarsi entro la fine del 2027 in condizioni di grave insicurezza alimentare. Il WFP stima che siano circa 49 milioni in più rispetto alla situazione attuale.

Il problema è che il possibile arrivo di un El Niño particolarmente intenso si sovrappone a un mondo in cui milioni di persone stanno già affrontando guerre, povertà, siccità e prezzi elevati degli alimenti.

E quando arriva un nuovo shock climatico, chi parte già da una situazione fragile ha molto meno margine per assorbirlo.

Che cos’è davvero El Niño

Per capire cosa sta succedendo bisogna partire dall’Oceano Pacifico.

El Niño è una fase del fenomeno climatico ENSO, l’oscillazione che coinvolge l’atmosfera e le acque del Pacifico tropicale. Durante un episodio di El Niño, le acque superficiali del Pacifico centro-orientale diventano insolitamente calde.

Potrebbe sembrare un cambiamento confinato all’oceano. In realtà quella gigantesca massa d’acqua calda modifica gli scambi di calore e di umidità con l’atmosfera e contribuisce a spostare le grandi correnti atmosferiche.

È come se si cambiasse un ingranaggio all’interno di un sistema collegato a migliaia di chilometri di distanza.

Il risultato è che alcune zone del pianeta possono ricevere molta più pioggia del normale, mentre altre possono andare incontro a siccità, caldo e precipitazioni insufficienti.

Ed è qui che il fenomeno climatico diventa una questione alimentare.

Perché può far aumentare la fame

L’agricoltura dipende da una combinazione molto delicata di acqua, temperatura e stagionalità.

Se la pioggia arriva troppo tardi, troppo presto o semplicemente non arriva, una coltura può perdere una parte significativa della propria produzione. Se contemporaneamente aumentano le temperature, cresce anche la domanda di acqua da parte delle piante.

In altre regioni può accadere l’opposto: precipitazioni eccezionali, alluvioni o tempeste possono distruggere campi, infrastrutture e raccolti.

El Niño non produce quindi lo stesso effetto ovunque.

È proprio questa una delle caratteristiche più importanti del fenomeno: può essere devastante in una regione e avere effetti molto più limitati, o persino favorevoli, in un’altra.

Il punto non è solo quanto piove

Per un agricoltore non conta soltanto la quantità totale di pioggia caduta in un anno.

Conta quando cade.

Un acquazzone molto intenso dopo settimane di siccità può non compensare il deficit idrico precedente. Al contrario, qualche settimana senza precipitazioni durante una fase delicata della crescita può compromettere un raccolto anche se successivamente arriva altra pioggia.

Per questo gli effetti di El Niño dipendono dalla combinazione tra area geografica, stagione e tipo di coltura.

Secondo le analisi citate dal WFP, tra le aree particolarmente esposte ci sono parti dell’America centrale e meridionale, i Caraibi e l’Africa meridionale. Anche alcune zone dell’Asia meridionale e sudorientale possono essere colpite dalla riduzione delle precipitazioni.

Il rischio più grande è dove la crisi esiste già

Ed è questo il passaggio che trasforma un fenomeno meteorologico in una possibile crisi umanitaria.

Immaginiamo due Paesi colpiti dalla stessa siccità.

Nel primo ci sono riserve alimentari, infrastrutture efficienti, sistemi di irrigazione, assicurazioni agricole e risorse economiche per acquistare cibo sui mercati internazionali.

Nel secondo la popolazione vive già al limite, i raccolti sono fondamentali per la sopravvivenza, le strade sono precarie e il Paese è alle prese con un conflitto.

Lo stesso evento climatico produce due conseguenze completamente diverse.

Per questo il WFP guarda soprattutto alle aree dove cambiamento climatico, povertà, conflitti e fragilità dei sistemi alimentari si sovrappongono.

Dal raccolto al prezzo del cibo

C’è poi un secondo effetto, meno immediato ma altrettanto importante.

Se un grande produttore agricolo raccoglie meno mais, grano, riso o altre colture, diminuisce l’offerta disponibile. Se contemporaneamente aumenta la domanda, i prezzi possono salire.

E il prezzo degli alimenti è particolarmente importante per le famiglie più povere, che destinano una quota molto maggiore del proprio reddito alla spesa alimentare.

Non è un’ipotesi puramente teorica. A livello globale i prezzi degli alimenti hanno già mostrato una nuova pressione: la FAO ha registrato ad agosto 2026 un aumento dell’indice dei prezzi alimentari, arrivato ai livelli più alti dal novembre 2022. Tra i fattori indicati ci sono proprio gli eventi meteorologici estremi e il rischio legato a un El Niño particolarmente intenso.

Perché questo El Niño fa così paura

Le previsioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale indicano un episodio destinato a rafforzarsi ulteriormente.

Secondo la WMO, il fenomeno potrebbe diventare uno dei più intensi mai osservati e c’è una probabilità prossima al 100% che persista almeno fino a febbraio 2027. L’agenzia delle Nazioni Unite ha avvertito che, se l’attuale traiettoria dovesse confermarsi, l’evento potrebbe superare i precedenti record dall’inizio del monitoraggio moderno.

È importante però distinguere tra previsione climatica e certezza sugli effetti locali.

Sapere che El Niño sarà molto intenso non permette di dire con precisione che cosa succederà a ogni singolo raccolto. Gli impatti dipendono infatti dalla regione e dalla stagione.

Non significa che tutti i raccolti andranno male

È un’altra precisazione fondamentale.

Un Super El Niño non equivale a un collasso dell’agricoltura mondiale.

Alcune aree potrebbero addirittura beneficiare delle condizioni meteorologiche associate al fenomeno. Le analisi riportate da TGCom24, per esempio, segnalano prospettive positive per alcuni raccolti in diverse regioni dell’Africa meridionale, del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Asia.

Il problema è che i guadagni produttivi di una regione non compensano necessariamente le perdite di un’altra, soprattutto quando si tratta di popolazioni che non hanno accesso alle stesse risorse economiche o agli stessi mercati.

Il cambiamento climatico complica tutto

El Niño è un fenomeno naturale. Non è stato creato dal cambiamento climatico.

Ma si verifica oggi dentro un sistema climatico che è già più caldo rispetto al passato.

Questo significa che le conseguenze di un’anomalia naturale possono sommarsi a temperature medie più elevate e a una maggiore frequenza o intensità di alcuni eventi estremi. La WMO sottolinea proprio questa sovrapposizione tra il fenomeno naturale di El Niño e il riscaldamento climatico di lungo periodo.

È un po’ come aggiungere un nuovo ostacolo a un sistema che sta già funzionando sotto pressione.

Si può intervenire prima che arrivi la crisi

La buona notizia è che, a differenza di molti eventi improvvisi, El Niño può essere previsto con mesi di anticipo.

Ed è proprio su questo che stanno lavorando FAO e WFP.

A giugno le due agenzie delle Nazioni Unite hanno lanciato un appello congiunto da 202 milioni di dollari per finanziare interventi preventivi in 22 Paesi ad alto rischio, con l’obiettivo di proteggere fino a 8,8 milioni di persone. L’idea è intervenire prima che la siccità o le alluvioni producano gli effetti più gravi, sostenendo agricoltori e comunità vulnerabili.

Perché è proprio questo il punto.

Quando il raccolto è già morto, il prezzo del cibo è già esploso e una famiglia ha già esaurito le proprie riserve, intervenire diventa molto più difficile e costoso.

El Niño non è una sentenza. È uno shock climatico prevedibile con mesi di anticipo.

Il numero dei 274 milioni racconta quindi soprattutto una cosa: quanto può diventare fragile il sistema alimentare mondiale quando un fenomeno naturale molto intenso arriva in un pianeta già segnato da crisi climatiche, guerre, povertà e mercati instabili.

E quanto sia importante prepararsi prima che il problema arrivi nei piatti.

@Credits Foto: Ufficio Stampa WMO

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