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“Solo un bicchiere”. Ma l’alcol in gravidanza resta un rischio sottovalutato

L’ISS registra una maggiore consapevolezza tra le future mamme, ma il consumo occasionale non è scomparso. In 34 campioni su 83 analizzati dall’Istituto emerge un profilo compatibile con quello di una “bevitrice sociale”.

La consapevolezza dei rischi legati all’alcol durante la gravidanza cresce, ma il consumo occasionale continua a rappresentare un’area critica. È questa la fotografia che arriva dall’Istituto superiore di sanità, che torna a richiamare l’attenzione su un comportamento ancora troppo spesso considerato innocuo: il bicchiere di vino a cena, una birra, un aperitivo o un brindisi durante una situazione sociale.

I dati più recenti mostrano comunque un’evoluzione positiva. Secondo l’indagine 2025 della sorveglianza nazionale Bambine e Bambini 0-2 anni dell’ISS, la maggior parte delle madri non ha assunto bevande alcoliche durante la gravidanza. La quota di donne che ha dichiarato un consumo almeno una o due volte al mese è scesa all’8,9%, rispetto al 18,6% rilevato nel 2022.

Il problema, però, non è scomparso. E proprio la distanza tra consumo percepito come “occasionale” e rischio per il feto rappresenta uno dei principali fronti della prevenzione.

Il 41% dei campioni con un profilo da “bevitrice sociale”

Un elemento particolarmente significativo emerge da un progetto dell’ISS nel quale sono stati analizzati campioni biologici di donne in gravidanza. L’obiettivo era verificare l’esposizione all’alcol anche attraverso biomarcatori, andando oltre la sola dichiarazione della gestante.

L’analisi dei capelli ha evidenziato, in 34 campioni su 83, pari al 41%, un profilo compatibile con quello di una “bevitrice sociale”. Il dato non significa che il 41% delle donne consumasse necessariamente quantità elevate di alcol, né può essere interpretato come una diagnosi di abuso. Indica piuttosto la presenza di un’esposizione compatibile con un consumo occasionale o sociale, un comportamento che può essere facilmente sottovalutato.

Ed è proprio questo il punto su cui l’ISS insiste: quando si parla di gravidanza, la distinzione tra consumo abituale e consumo sporadico non coincide con una distinzione altrettanto netta sul piano della sicurezza.

La ricerca sui biomarcatori permette inoltre di intercettare una dimensione del fenomeno che può non emergere attraverso i questionari. Il consumo dichiarato resta infatti uno strumento importante per la sorveglianza epidemiologica, ma l’analisi biologica può fornire informazioni aggiuntive sull’esposizione.

Non esiste un “bicchiere sicuro”

Il messaggio scientifico dell’ISS è chiaro: non esiste una quantità di alcol considerata sicura durante la gravidanza. Non cambia il rischio in base al fatto che si tratti di vino, birra o superalcolici e non esiste una fase della gestazione nella quale il consumo possa essere considerato privo di conseguenze.

Il motivo è biologico. L’alcol attraversa la placenta e il feto viene esposto alle stesse concentrazioni di alcol presenti nel sangue materno. L’esposizione prenatale può interferire con lo sviluppo fetale e in particolare con quello del sistema nervoso centrale.

Le conseguenze associate all’esposizione prenatale all’alcol comprendono aborto spontaneo, natimortalità, parto pretermine, basso peso alla nascita e una serie di disturbi dello sviluppo riuniti sotto il termine FASD, acronimo di Fetal Alcohol Spectrum Disorders, ovvero spettro dei disturbi feto-alcolici.

La forma più grave dello spettro è la sindrome feto-alcolica, caratterizzata da alterazioni dello sviluppo neurologico e da possibili conseguenze cognitive, comportamentali e relazionali.

Il problema può iniziare prima ancora di sapere di essere incinta

C’è poi un altro elemento che rende particolarmente importante la prevenzione: l’esposizione può avvenire nelle primissime settimane di gravidanza, quando una donna potrebbe non sapere ancora di essere incinta.

Secondo il factsheet OMS/UNICEF ripreso e tradotto dall’ISS, circa il 60% delle donne non sa di essere incinta fino alla sesta o settima settimana. Questo significa che una strategia di prevenzione efficace non può limitarsi al momento in cui arriva la conferma della gravidanza, ma deve coinvolgere anche il periodo precedente al concepimento e l’intera popolazione in età fertile.

È una delle ragioni per cui l’ISS sottolinea l’importanza di un’informazione corretta rivolta non soltanto alle future mamme, ma anche ai partner, alle famiglie e ai professionisti sanitari.

I dati italiani mostrano un miglioramento

La fotografia italiana non è però soltanto negativa. Al contrario, alcuni indicatori evidenziano un cambiamento significativo.

L’ISS segnala che gli studi nazionali condotti attraverso l’analisi dell’etilglucuronide su meconio e capelli hanno rilevato una forte riduzione dell’esposizione fetale all’alcol: dal 7,9% del 2011 allo 0,74% nel 2022. L’Istituto considera questo risultato un importante passo avanti, pur sottolineando la necessità di non interpretarlo come un motivo per abbassare la guardia.

Anche i dati della sorveglianza Bambine e Bambini 0-2 anni vanno nella stessa direzione. Nel 2025 il consumo dichiarato di alcol durante la gravidanza è risultato molto inferiore rispetto alla precedente rilevazione del 2022. Il fenomeno resta tuttavia più frequente in alcune aree del Paese, in particolare nel Nord Italia.

La sfida della prevenzione diventa quindi quella di consolidare i progressi raggiunti e intervenire su quella fascia di consumo che continua a essere percepita come socialmente accettabile.

Quando “solo un bicchiere” diventa un falso rassicurante

È proprio il concetto di consumo occasionale a rendere più complessa la comunicazione.

Nella percezione comune esiste infatti una differenza molto forte tra bere frequentemente e concedersi un bicchiere in una particolare occasione. Ma questa distinzione, utile per descrivere le abitudini di consumo, non può essere trasformata automaticamente in una soglia di sicurezza per la gravidanza.

L’ISS e l’OMS ribadiscono quindi un principio semplice: durante la gravidanza la scelta più sicura è non bere. Non perché ogni singola esposizione determini necessariamente un danno, ma perché la scienza non identifica una quantità, una bevanda o un momento della gestazione che possano essere considerati privi di rischio.

È un messaggio di prevenzione che punta anche a evitare un altro equivoco: non bisogna aspettare la comparsa di sintomi o di un problema per intervenire. L’esposizione prenatale può produrre effetti sullo sviluppo che diventano evidenti soltanto successivamente.

Il 9 settembre la Giornata mondiale

Il tema torna particolarmente attuale alla vigilia del 9 settembre, Giornata internazionale della sindrome feto-alcolica e dei disturbi correlati.

L’ISS utilizza questa ricorrenza per rilanciare il messaggio “Una vita che nasce teme l’alcol”, invitando a mantenere alta l’attenzione sui rischi dell’esposizione prenatale.

La sfida, dunque, non è soltanto convincere chi già conosce il rischio, ma rendere quel messaggio parte della normalità sociale: un aperitivo analcolico, un brindisi senza alcol, una scelta preventiva prima ancora del test di gravidanza.

I numeri mostrano che qualcosa sta cambiando. Il consumo dichiarato durante la gravidanza è diminuito e l’esposizione fetale rilevata dagli studi nazionali si è ridotta drasticamente rispetto al passato. Ma quel 41% di campioni con un profilo compatibile con un consumo sociale ricorda che la strada non è ancora conclusa.

Per l’ISS, il punto di arrivo resta uno: zero alcol durante la gravidanza. Non come messaggio allarmistico, ma come misura di prevenzione fondata sull’assenza di una soglia di sicurezza scientificamente identificabile.

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