Il Veneto fa un passo avanti sul fine vita e diventa la quarta Regione italiana (la prima di centro-destra) a dotarsi di una legge che disciplina procedure e tempi dell’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. È inoltre la prima Regione amministrata dal centrodestra ad approvare un provvedimento sul tema.
Il Consiglio regionale ha dato il via libera il 2 settembre, al termine di due giornate di discussione, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni. Il provvedimento nasce da una legge di iniziativa popolare ed è stato modificato nel corso dell’iter anche alla luce dei rilievi della Corte costituzionale e delle proposte della Giunta regionale.
La legge non introduce autonomamente un nuovo diritto al suicidio medicalmente assistito: interviene sull’organizzazione del Servizio sanitario regionale per rendere concretamente applicabili le condizioni già individuate dalla giurisprudenza costituzionale. Un passaggio importante in un Paese nel quale manca ancora una disciplina legislativa nazionale organica.
Cittadinanzattiva: «Una scelta di maturità civile»
L’approvazione viene accolta con favore da Cittadinanzattiva, che sottolinea soprattutto il tema dell’uguaglianza nell’accesso ai percorsi sanitari.
«L’approvazione in Veneto dimostra che di fronte al dolore estremo e alla dignità della persona non possono esistere barriere ideologiche», afferma Francesca Moccia, vice segretaria generale di Cittadinanzattiva.
Per l’associazione, il rischio è che un diritto già delineato dalla Corte costituzionale possa tradursi in percorsi differenti a seconda della Regione nella quale vive il paziente.
«Il fine vita, al pari della salute, non può essere un privilegio legato alla disponibilità economica di chi può permettersi di andare all’estero, né al luogo di residenza dei cittadini», sostiene Moccia, chiedendo che il percorso venga organizzato all’interno del Servizio sanitario nazionale «garantendo a tutte e tutti un accesso equo e protetto».
La posizione dell’associazione riporta quindi al centro una questione che va oltre il singolo provvedimento regionale: quanto può essere uniforme il diritto alla salute quando le procedure sanitarie vengono disciplinate diversamente sul territorio nazionale?
Cosa ha stabilito la Corte costituzionale
Il quadro giuridico italiano sul suicidio medicalmente assistito nasce dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale, che ha dichiarato non punibile, in presenza di precise condizioni, l’aiuto prestato a una persona che intenda porre fine alla propria vita.
Le condizioni sono state successivamente precisate dalla sentenza n. 135 del 2024. La Corte ha ribadito che devono essere presenti, tra gli altri requisiti, una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dal paziente, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la capacità di assumere decisioni libere e consapevoli. La verifica spetta al Servizio sanitario nazionale secondo le modalità indicate dalla Consulta.
La Corte, nella stessa pronuncia del 2024, ha inoltre rinnovato l’auspicio di un intervento legislativo nazionale e richiamato la necessità di garantire su tutto il territorio un’effettiva possibilità di accesso alle cure palliative appropriate.
È proprio questo vuoto normativo nazionale che ha spinto alcune Regioni a intervenire sugli aspetti organizzativi.
Dal Veneto una procedura regionale
Il provvedimento veneto disciplina dunque il modo in cui il Servizio sanitario regionale deve gestire le richieste che rientrano nel perimetro tracciato dalla Corte costituzionale.
Nel corso dell’approvazione sono stati introdotti emendamenti che, secondo quanto comunicato dalla Regione, rafforzano in particolare il ruolo delle cure palliative e della valutazione bioetica. È previsto un parere rafforzato del medico palliativista all’interno della commissione chiamata a esaminare le richieste e viene istituito un Comitato bioetico regionale con funzioni di indirizzo nei confronti dei comitati di pratica clinica territoriali.
La Regione ha inoltre sottolineato la necessità che il paziente venga informato della possibilità di ricorrere alle cure palliative prima di ogni decisione.
È un elemento centrale anche alla luce della posizione espressa dalla Corte costituzionale, che ha più volte evidenziato come l’autodeterminazione debba essere accompagnata da un’effettiva possibilità di ricevere cure adeguate per il controllo della sofferenza.
Cittadinanzattiva: «Ora monitorare l’applicazione»
Per Cittadinanzattiva, però, l’approvazione della legge rappresenta soltanto l’inizio.
«Con questo voto il Veneto mette fine a una stagione di incertezza che costringeva le persone malate e i loro caregiver a una solitudine intollerabile», afferma Lorenzo Mattia Signori, segretario regionale di Cittadinanzattiva Veneto.
L’associazione annuncia quindi un’attività di monitoraggio sull’applicazione concreta della normativa nelle aziende sanitarie del territorio.
L’obiettivo sarà verificare il rispetto dei tempi previsti dalla legge e, contemporaneamente, l’integrazione del nuovo percorso con la rete delle cure palliative e della terapia del dolore.
Il tema dei tempi non è secondario. Uno degli aspetti che le legislazioni regionali cercano di affrontare è infatti quello delle attese e dei passaggi burocratici che possono gravare direttamente sulla persona malata e sulla sua famiglia.
Quattro Regioni, quattro percorsi?
Con il Veneto salgono a quattro le Regioni che hanno approvato una disciplina specifica sul suicidio medicalmente assistito: Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto.
L’Emilia-Romagna, per esempio, ha approvato nel luglio 2026 una legge che disciplina le modalità organizzative per dare attuazione alle sentenze della Corte costituzionale n. 242/2019 e n. 135/2024. La norma prevede una commissione multidisciplinare territoriale incaricata di verificare la sussistenza dei requisiti e stabilire le modalità della procedura.
Il problema evidenziato anche dalle istituzioni regionali è però proprio il rischio di una frammentazione. L’Emilia-Romagna, al momento dell’approvazione della propria legge, aveva sottolineato che non dovrebbe esistere una disciplina diversa per ciascuna delle venti Regioni.
Il Veneto aggiunge ora un quarto tassello a questo mosaico.
Il nodo resta nazionale
La questione del fine vita rimane quindi sospesa tra due livelli: da una parte le pronunce della Corte costituzionale, che hanno definito il perimetro entro il quale l’aiuto al suicidio non è punibile in determinate circostanze; dall’altra l’assenza di una legge nazionale organica capace di trasformare quei principi in una procedura uniforme per tutti i cittadini.
È questa la principale richiesta di Cittadinanzattiva.
«Continueremo a sostenere i cittadini nell’accesso alle DAT e alla PCC, come indica la legge 219/2017, oltre che a vigilare affinché il diritto all’autodeterminazione, sancito dalla Costituzione, trovi piena esigibilità in tutta Italia, senza disparità territoriali», conclude l’associazione.
Il voto del Veneto riapre così una discussione che non riguarda soltanto il fine vita. Riguarda anche il funzionamento del Servizio sanitario nazionale, il rapporto tra competenze statali e regionali e la possibilità che una persona riceva risposte differenti dal sistema sanitario semplicemente perché vive in una parte diversa del Paese.
Per Cittadinanzattiva, la prossima sfida è proprio questa: fare in modo che la residenza non diventi un fattore determinante nell’accesso ai percorsi previsti dalla legge e dalle sentenze della Corte.
