L’EMA (l’Agenzia europea per i medicinali) ha appena pubblicato un aggiornamento che passa in rassegna, punto per punto, le principali paure sui vaccini: autismo, mercurio, alluminio, somministrazione contemporanea di più dosi. La conclusione è netta: “le prove scientifiche non mostrano associazioni” tra vaccini e autismo. Non è un aggiornamento casuale. Arriva a distanza di poche settimane da un evento che ha riportato il tema al centro del dibattito pubblico mondiale: il 10 agosto 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che riduce il numero di vaccini pediatrici raccomandati da 18 a 11, rilanciando esplicitamente l’ipotesi di un legame tra vaccinazioni e autismo.
È la prova plastica di una domanda che vale la pena porsi sul serio: perché un mito smentito da decine di studi su milioni di persone continua a tornare, arrivando fino allo Studio Ovale?
Una frode scientifica, non un errore
Tutto nasce nel 1998, quando il medico britannico Andrew Wakefield pubblica su The Lancet uno studio che collega il vaccino trivalente MPR (morbillo, parotite, rosolia) a autismo e patologie intestinali. Lo studio si basava su 12 casi. Le indagini successive del giornalista Brian Deer rivelarono che Wakefield aveva manipolato i dati e aveva un conflitto di interessi non dichiarato: era pagato da avvocati che stavano preparando cause legali contro le case produttrici di vaccini. Nel 2010 The Lancet ritrattò formalmente lo studio, e l’Ordine dei medici britannico radiò Wakefield.
Da allora, decine di studi su scala molto più ampia – incluso uno danese su oltre 650.000 bambini – non hanno trovato alcuna correlazione. Il caso è scientificamente chiuso da tempo. Eppure il mito non solo sopravvive: oggi è più istituzionalmente legittimato di quanto lo sia mai stato.
Come si arriva dallo Studio Ovale
L’attuale segretario alla Salute USA, Robert F. Kennedy Jr., è storicamente uno dei principali promotori della teoria vaccini-autismo. Con Trump che lo ha voluto al vertice della sanità americana, l’ordine esecutivo di agosto non è un episodio isolato: introduce anche una separazione del vaccino trivalente MPR in tre iniezioni singole (contro le linee guida dei CDC, che ne sconsigliano la scomposizione) e definisce il vaccino “letale”, nello stesso anno, secondo i CDC, peggiore degli ultimi decenni per casi di morbillo negli Stati Uniti.
Un dettaglio rivela quanto la pressione politica arrivi in profondità nelle agenzie tecniche: a novembre 2025, i CDC hanno aggiornato la loro pagina su vaccini e autismo mantenendo il titolo “Vaccines do not cause autism” ma non per convinzione scientifica dell’amministrazione, bensì per un accordo esplicito raggiunto in Senato con il presidente della commissione Salute, che aveva strappato a Kennedy la promessa di non rimuoverlo. La correttezza scientifica, in questo caso, è sopravvissuta grazie a un negoziato politico, non nonostante la politica.
Perché un mito “smentito” continua a diffondersi
La psicologia della disinformazione offre alcune chiavi di lettura:
- Il momento della diagnosi coincide con il calendario vaccinale. I primi segnali di autismo emergono tipicamente tra i 12 e i 24 mesi di vita — la stessa finestra in cui i bambini ricevono diverse vaccinazioni, incluso il trivalente MPR. La vicinanza temporale tra i due eventi crea un’illusione di causalità che il cervello umano fatica a smontare, anche di fronte ai dati.
- La sfiducia nelle istituzioni fa il resto. Quando un’autorità politica di altissimo livello rilancia la teoria, offre una legittimazione che nessun post sui social potrebbe mai avere da solo.
- L’incertezza scientifica reale sulle cause dell’autismo – la ricerca non ha ancora individuato con precisione i meccanismi biologici del disturbo – lascia uno spazio che la disinformazione occupa rapidamente, presentando una “spiegazione” semplice a una domanda a cui la scienza non risponde ancora del tutto.
Le conseguenze non sono astratte
In Italia il tema non è solo un dibattito da talk show. La recente morte della piccola Anna Rosa Bartolotta, a Palermo, per una malattia oggi rara ma ancora potenzialmente letale, ha riportato l’attenzione sulla copertura vaccinale reale nel paese con un focolaio emerso tra familiari e contatti stretti non vaccinati. La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) ha espresso preoccupazione ufficiale per le affermazioni di Trump, temendo un effetto domino sulle scelte vaccinali delle famiglie italiane.
Quindi, di cosa dovremmo davvero discutere
Non c’è un dibattito scientifico legittimo su “se” i vaccini causino l’autismo. Quella domanda ha una risposta, netta e consolidata da oltre 25 anni di ricerca. Il dibattito vero, quello che vale la pena avere, riguarda altro: perché le istituzioni sanitarie sono costrette a “rincorrere” periodicamente una bufala del 1998? Quanto pesa la piattaforma di un capo di stato nel dare credibilità a una teoria smentita? E soprattutto: cosa succede alla salute pubblica quando la scienza deve negoziare con la politica anche solo per mantenere un titolo su una pagina web?
💡 Lo sapevi?
Lo studio di Wakefield del 1998 si basava su appena 12 casi. Le ricerche successive che lo hanno smentito hanno coinvolto complessivamente milioni di bambini in diversi paesi — tra cui uno studio danese su oltre 650.000 soggetti. È una delle sproporzioni più nette nella storia della scienza tra l’entità di uno studio smentito e quella degli studi che lo hanno confutato.
