Tra le favorite per la vittoria finale ci sono Argentina, Francia, Brasile, Portogallo e Spagna. Ma c’è un altro protagonista che potrebbe influenzare l’andamento dei Mondiali 2026 e non indosserà alcuna maglia. È il clima.
A poche ore dall’inizio del torneo ospitato da Stati Uniti, Canada e Messico, cresce infatti l’attenzione degli scienziati verso una serie di fattori ambientali che potrebbero incidere non soltanto sulle prestazioni dei calciatori, ma anche sulla sicurezza di milioni di tifosi.
Temperature elevate, umidità estrema, incendi boschivi, qualità dell’aria e lunghissimi spostamenti tra le città ospitanti rappresentano una sfida senza precedenti per quella che sarà la Coppa del Mondo più grande della storia: 48 nazionali, 104 partite e 16 città distribuite in tre Paesi.
La domanda che molti climatologi si pongono è semplice: il calcio mondiale è pronto ad affrontare un torneo nell’era del cambiamento climatico?
Non è solo il caldo: conta soprattutto l’umidità
Quando si parla di temperature elevate si tende a guardare il termometro. In realtà gli esperti considerano un parametro molto più complesso chiamato Wet Bulb Globe Temperature (WBGT), che tiene conto non solo della temperatura dell’aria, ma anche di umidità, radiazione solare e ventilazione.
Per il corpo umano la differenza è enorme.
Una giornata con 32 gradi e aria secca può essere impegnativa ma gestibile. La stessa temperatura accompagnata da elevata umidità rende invece molto più difficile disperdere il calore attraverso la sudorazione.
È proprio questo il fattore che preoccupa maggiormente gli esperti.
Secondo diverse analisi climatiche, una quota significativa delle partite previste potrebbe disputarsi in condizioni capaci di ridurre le prestazioni atletiche – come capitato ad esempio al tennista italiano Sinner al Roland Garros – e aumentare il rischio di stress termico. Alcune città come Miami, Houston, Dallas, Monterrey e Guadalajara sono considerate tra le più esposte.
Perché il Mondiale 2026 è diverso da tutti gli altri
Le precedenti edizioni della Coppa del Mondo hanno spesso affrontato problemi climatici locali. Questa volta però il torneo si estende su una scala geografica senza precedenti.
Le sedici città ospitanti si trovano in aree climatiche profondamente diverse: dalle regioni subtropicali della Florida alle zone semi-aride del Messico, passando per le città canadesi più fresche.
Questo significa che squadre e tifosi potrebbero passare in pochi giorni da ambienti relativamente miti a condizioni caratterizzate da forte umidità, caldo intenso o altitudine elevata.
Anche gli spostamenti rappresentano un fattore spesso sottovalutato. Alcuni trasferimenti tra una sede e l’altra superano migliaia di chilometri, con inevitabili effetti sulla preparazione atletica e sul recupero fisico.
L’altro nemico invisibile: la qualità dell’aria
Se il caldo è il problema più evidente, la qualità dell’aria potrebbe rappresentare una minaccia meno visibile ma altrettanto importante.
Molte città ospitanti sono grandi aree metropolitane caratterizzate da traffico intenso e concentrazioni elevate di inquinanti atmosferici. Durante l’estate, inoltre, l’ozono troposferico e il particolato possono raggiungere livelli significativi.
Per un atleta professionista, che durante una partita può respirare quantità enormi di aria rispetto a una persona sedentaria, anche variazioni relativamente contenute della qualità dell’aria possono influire sulle prestazioni.
Lo stesso vale per i tifosi, soprattutto per anziani, bambini e persone affette da patologie respiratorie.
Il rischio incendi preoccupa gli esperti
Negli ultimi anni il Nord America è stato teatro di incendi sempre più estesi e intensi.
Le immagini del fumo proveniente dagli incendi canadesi che ha avvolto città statunitensi come New York nel 2023 hanno mostrato quanto questi fenomeni possano influenzare territori molto lontani dalle aree colpite.
Alcuni esperti ritengono che gli incendi boschivi potrebbero rappresentare una variabile da monitorare attentamente anche durante il Mondiale. Il fumo può infatti percorrere centinaia o addirittura migliaia di chilometri, peggiorando rapidamente la qualità dell’aria in città che non sono direttamente interessate dalle fiamme.
A differenza del caldo, per il quale esistono protocolli relativamente consolidati, la gestione del rischio legato al fumo degli incendi appare ancora meno definita e continua ad alimentare il dibattito tra medici sportivi e organizzatori.
I Mondiali più caldi di sempre?
Secondo diverse analisi climatiche, le città ospitanti registrano oggi temperature medie estive più elevate rispetto a quelle osservate durante precedenti edizioni organizzate in Nord America.
In alcune sedi il numero di giornate estremamente calde durante i mesi di giugno e luglio è aumentato sensibilmente negli ultimi decenni.
Gli scienziati sottolineano che il cambiamento climatico non determina il verificarsi di un singolo evento meteorologico, ma aumenta la probabilità che si verifichino condizioni favorevoli a ondate di calore più intense e frequenti.
Per questo motivo diversi studi suggeriscono che una parte dei rischi climatici previsti per il torneo risulti oggi più elevata rispetto a quelli che si sarebbero registrati in un clima meno influenzato dalle emissioni di gas serra.
Anche l’impatto ambientale è sotto osservazione
Il Mondiale 2026 rischia di entrare nella storia anche per un altro motivo.
Secondo alcune stime, potrebbe essere la Coppa del Mondo con la più elevata impronta climatica mai registrata. La scelta di distribuire il torneo tra tre Paesi e sedici città riduce la necessità di costruire nuovi stadi, ma aumenta enormemente il peso dei trasporti aerei.
La maggior parte delle emissioni previste deriverebbe proprio dagli spostamenti di tifosi, squadre, media e personale organizzativo. Alcune valutazioni parlano di milioni di tonnellate di CO₂ generate nel corso dell’evento.
La FIFA sostiene di voler ridurre l’impatto ambientale attraverso misure di sostenibilità e mobilità più efficiente, ma il dibattito sulla reale efficacia di queste strategie resta aperto.
Un’anteprima del calcio nel clima del futuro
Al di là del risultato finale, i Mondiali 2026 potrebbero rappresentare qualcosa di più di un semplice torneo sportivo.
Per la prima volta, una competizione globale di queste dimensioni dovrà confrontarsi contemporaneamente con caldo estremo, umidità elevata, qualità dell’aria, incendi e sostenibilità ambientale.
Questioni che fino a pochi anni fa venivano considerate marginali stanno diventando elementi centrali nella pianificazione degli eventi sportivi internazionali.
Se il calcio vuole continuare a essere lo sport più seguito del pianeta, potrebbe presto dover adattare calendari, infrastrutture e regolamenti a una realtà sempre più evidente: il clima non è più soltanto lo sfondo delle partite, ma uno dei fattori che possono influenzarne direttamente lo svolgimento.
